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Hormuz riapre, anzi no: gli effetti a lungo termine del blocco dello Stretto

(reuters)

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L’accordo sulla riapertura del passaggio si è dimostrato fragilissimo. Ma anche se fosse pienamente operativo non sarebbe sufficiente a riportare la situazione alla normalità in poco tempo
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Il problema non è Hormuz. O, meglio, il blocco dello Stretto di Hormuz è solo un innesco. Poi, l'effetto-cascata diventa inarrestabile. L'impatto globale del blocco e dello scontro Iran-Usa si misura in tempi: di rimpiazzo e di recupero. Superata la prima settimana, all'inizio di marzo, la Terza Guerra del Golfo ha, infatti, messo in moto un domino di cui non ci accorgiamo, ma che sconteremo molto più a lungo di quanto pensiamo.

Tempi lunghi: l’emergenza comincia ora

Il punto di partenza è che occorrono due mesi per arrivare dallo Stretto in Europa. Fate i conti: i due mesi scadono a fine aprile. Questo vuol dire che, in questi giorni, stanno arrivando in Europa le ultime petroliere transitate serenamente attraverso l'Hormuz prebellico. Poi, bast…

Il problema non è Hormuz. O, meglio, il blocco dello Stretto di Hormuz è solo un innesco. Poi, l'effetto-cascata diventa inarrestabile. L'impatto globale del blocco e dello scontro Iran-Usa si misura in tempi: di rimpiazzo e di recupero. Superata la prima settimana, all'inizio di marzo, la Terza Guerra del Golfo ha, infatti, messo in moto un domino di cui non ci accorgiamo, ma che sconteremo molto più a lungo di quanto pensiamo.

Tempi lunghi: l’emergenza comincia ora

Il punto di partenza è che occorrono due mesi per arrivare dallo Stretto in Europa. Fate i conti: i due mesi scadono a fine aprile. Questo vuol dire che, in questi giorni, stanno arrivando in Europa le ultime petroliere transitate serenamente attraverso l'Hormuz prebellico. Poi, basta: ne sono passate e ne passano solo con il contagocce. Il 10 per cento del petrolio che Europa e Italia prendono da lì, dunque, non arriva più: l'emergenza comincia ora.

E non può durare meno di due mesi. Aperture e chiusure a singhiozzo non aiutano. Se anche la guerra finisse domani, la prima petroliera arriverebbe dopo metà giugno. Ma quelle dopo impiegherebbero di più. Ci sono almeno 600 tanker bloccati dentro il Golfo Persico: come in un ingorgo di auto, sbottigliare il traffico sarà un lavoro lungo e complicato.

Ma la guerra può finire domani? L’intesa raggiunta venerdì ha dimostrato tutta la sua fragilità in una manciata di ore. Il mercato dei futures tuttavia crede che le schermaglie diplomatiche in corso siano di buon auspicio e che, se non è domani, sia questione di poco: il prezzo del barile è visto in discesa a 85 dollari a partire da fine estate: un prezzo più alto dei 60 dollari anteguerra, ma non eccezionale. Quello dei futures, però, è il mercato delle scommesse, in cui i barili sono, fino all'ultimo, di carta. Il petrolio vero, quello che sta in questo momento sui tanker in viaggio, sta a 140-150 dollari al barile.

Il mercato non tornerà alla normalità

Una differenza così ampia, dicono gli esperti, è anomala. E una possibile spiegazione è che il blocco di Hormuz è solo metà del problema e, per quanto severa, forse, neanche la metà più importante. Superato il buco di due-tre mesi, infatti, il mercato petrolifero mondiale non tornerà alla normalità: la Terza Guerra del Golfo lascia cicatrici profonde e il recupero non si misura in mesi, ma in anni.

I sauditi hanno fatto sapere che i danni a pozzi e impianti, a causa di missili e droni iraniani, hanno diminuito la loro capacità produttiva del 5 per cento, l'equivalente di 600 mila barili al giorno. Gli esperti ne hanno subito concluso che, anche chiudendo la guerra e partendo subito con una sovrapproduzione di 1 milione di barili al giorno, occorrono due anni per tornare alla normalità, stoccaggi compresi. Ma, in realtà, se la guerra continua, anche questi calcoli possono saltare. I pozzi non funzionano come il rubinetto del lavandino. Se li tieni chiusi troppo a lungo, la pressione interna scende, l'acqua penetra nel giacimento e il pozzo si spegne. Non diversa la situazione per i giacimenti di metano. Il Qatar ha annunciato che per rimettere a regime il maggior giacimento del Golfo occorrono fra tre e cinque anni e che, fino al allora, la produzione sarà di quasi il 20 per cento sotto al normale.

Le stime sul recupero

Due anni, cinque anni. Chi riempirà il buco? Gli americani? Investire in un mercato così volatile è rischioso e, con lo shale, se non investi continuamente in nuovi pozzi non aumenti la produzione. Secondo la società di consulenza Wood McKenzie, nell'immediato le compagnie americane possono fornire 150 mila barili al giorno in più e 600 mila entro fine anno. È l'entità del buco saudita. Ammesso che basti, a quale prezzo del greggio?

Fra i tre scenari prospettati nelle ultime previsioni del Fmi sull'economia mondiale, il più severo prevede il barile a 110-120 dollari: il Pil globale non aumenterebbe più del 2 per cento, un ritmo tanto asfittico che, dal 1980 è stato registrato solo 4 volte (per tragedie come il Covid e la Grande Crisi finanziaria) e che, per economie che vivono di esportazioni, come quella italiana, sarebbe una sciagura. Il petrolio non è più centrale all'economia come negli anni Settanta. Ma non ci aspettano tempi facili. I profeti di sventura – cioè gli ambientalisti – lo avevano previsto. Di fatto, Hormuz è uno straordinario spot a favore dell'auto elettrica, della pompa di calore, dei pannelli solari e di tutto ciò che, con il Golfo, non ha niente a che fare.

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