La sfida globale dell’IA, Cina vicina al sorpasso sugli Stati Uniti
di Filippo SantelliROMA – Un vantaggio «che evapora», «quasi cancellato». Nella sfida di potenza decisiva dei nostri tempi - tecnologica, economica e militare -, cioè la corsa al primato nell’Intelligenza artificiale, la rimonta della Cina sugli Stati Uniti sembra ormai sul punto di compiersi. Diagnosi già sentita in passato, è vero, con toni che spaziano dal fatalismo all’isteria, e non di rado una certa allarmistica approssimazione. Solo che stavolta a formularla è il più autorevole e approfondito osservatorio sulla rivoluzione degli algoritmi, l’edizione annuale dell’AI Index appena pubblicata dall’Università di Stanford, pilastro accademico della Silicon Valley.
Non solo DeepSeek
Il 2025, del resto, si è aperto con la rivelazione DeepSeek, il modello cinese low cost in grado…
ROMA – Un vantaggio «che evapora», «quasi cancellato». Nella sfida di potenza decisiva dei nostri tempi - tecnologica, economica e militare -, cioè la corsa al primato nell’Intelligenza artificiale, la rimonta della Cina sugli Stati Uniti sembra ormai sul punto di compiersi. Diagnosi già sentita in passato, è vero, con toni che spaziano dal fatalismo all’isteria, e non di rado una certa allarmistica approssimazione. Solo che stavolta a formularla è il più autorevole e approfondito osservatorio sulla rivoluzione degli algoritmi, l’edizione annuale dell’AI Index appena pubblicata dall’Università di Stanford, pilastro accademico della Silicon Valley.
Non solo DeepSeek
Il 2025, del resto, si è aperto con la rivelazione DeepSeek, il modello cinese low cost in grado di sfidare le Big Tech americane. Non era un exploit isolato, semmai la prima gloria di un ecosistema tecnologico cinese popolato di grandi colossi, agili startup e milioni di informatici, tutti orientati dal regime verso l’obiettivo chiave e nutriti da generosi finanziamenti di Stato. Da quel momento - uno shock da molti paragonato al lancio dello Sputnik sovietico - la sfida al modello di IA più avanzato è stata un gomito a gomito tra Team Usa - le varie OpenAI, Anthropic, Google, X - e Team Cina - Alibaba, ByteDance, DeepSeek - che al momento vede il primo in vantaggio di un misero 2,7%, nell’indice di performance più utilizzato.
Potenza di calcolo e investimenti
Sorpasso in vista? Sotto vari punti di vista l’ipotesi appare difficile, o almeno prematura. Gli Stati Uniti producono ancora più modelli di alto livello (vedere l’ultimo prodigio di Anthropic, Mythos) e brevetti chiave, oltre a mobilitare una quantità di investimenti privati 23 volte (!) superiore e a costruire mega centri dati a ritmi inimmaginabili. Si sa però che in Cina gli investimenti di Stato si muovono attraverso vari canali, non tutti evidenti nelle statistiche. E nel frattempo Pechino è già in vantaggio su altri versanti, come il numero di pubblicazioni scientifiche o l’IA applicata al mondo fisico dei robot.
L’effetto Trump
La parola chiave, in questo primato cancellato, resta insomma il “quasi”, che potrebbe evaporare del tutto o tornare ad allargarsi. Molto dipenderà dalla capacità dei due sfidanti di avanzare verso il Graal della superintelligenza, ossessione molto americana, ma anche dalla velocità con cui l’IA verrà adottata e si diffonderà nelle rispettive economie (la vera definizione di innovazione, e priorità delle aziende cinesi). E dipenderà pure dalla capacità degli Stati Uniti di difendere il residuo, esiguo, vantaggio, un aspetto su cui Trump sembra aver fatto solo danni. Ha indebolito, in nome degli affari, la strategia che limitava le vendite dei chip più avanzati alla Cina. Soprattutto, le sue politiche restrittive sull’immigrazione hanno fatto collassare (-80%) l’afflusso di talenti tech da tutto il mondo verso gli Stati Uniti, le loro università e le loro imprese, i segreti di Pulcinella di Big Tech. Molti di quei talenti erano cinesi, e ora restano in Cina.
PS. In questa sfida, dicono i numeri, l’Europa è sempre più irrilevante.