Terna, Di Foggia resiste all’ultimatum di Meloni, escluse le sue dimissioni
Giovanni PonsMilano – Giuseppina Di Foggia, nonostante la moral suasion del Mef e della premier Giorgia Meloni, non ha intenzione di dimettersi dal cda di Terna prima dell scadenza naturale del suo mandato, che termina con l’assemblea del 12 maggio. La manager, da tre anni ad di Terna, l’ha detto chiaramente ieri in un consiglio straordinario convocato con due punti all’ordine del giorno. Il primo riguardava un tema spinoso, non ancora di dominio pubblico: il raddoppio dei costi da 800 milioni a 1,6 miliardi dell’elettrodotto che collegherà Italia e Tunisia. È il progetto chiave del Piano Mattei la cui realizzazione slitterà al 2031.
Il secondo punto toccava il caso della indennità di fine rapporto, cosiddetta severance, da 7,3 milioni che spetterebbe a Di Foggia alla fine del mandato ma che il Mef ha implicitamente contestato con un comunicato emesso la sera di domenica 19 aprile. Il ministero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ricordato la direttiva emessa nel 2023 in cui è scritto che non spetta…
Milano – Giuseppina Di Foggia, nonostante la moral suasion del Mef e della premier Giorgia Meloni, non ha intenzione di dimettersi dal cda di Terna prima dell scadenza naturale del suo mandato, che termina con l’assemblea del 12 maggio. La manager, da tre anni ad di Terna, l’ha detto chiaramente ieri in un consiglio straordinario convocato con due punti all’ordine del giorno. Il primo riguardava un tema spinoso, non ancora di dominio pubblico: il raddoppio dei costi da 800 milioni a 1,6 miliardi dell’elettrodotto che collegherà Italia e Tunisia. È il progetto chiave del Piano Mattei la cui realizzazione slitterà al 2031.
Il secondo punto toccava il caso della indennità di fine rapporto, cosiddetta severance, da 7,3 milioni che spetterebbe a Di Foggia alla fine del mandato ma che il Mef ha implicitamente contestato con un comunicato emesso la sera di domenica 19 aprile. Il ministero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ricordato la direttiva emessa nel 2023 in cui è scritto che non spetta «a chi arriva a naturale scadenza del mandato o si dimetta». La direttiva era stata letta dal socio Cdp nell’assemblea del maggio 2023 ma poi il contratto da ad di Di Foggia non ne ha tenuto conto e ha previsto una severance in linea con la prassi dei suoi predecessori. E successivamente nessun socio, incluso la Cdp, ha contestato nelle assemblee 2023, 2024, 2025 tale contratto nei punti che riguardavano le politiche di remunerazione.
La faccenda si è complicata con la designazione di Di Foggia alla carica di presidente di Eni che diventerà esecutiva con l’assemblea del 6 maggio, ma solo se la manager si dimetterà prima da Terna, in quanto secondo lo statuto della società elettrica non si può sedere contemporaneamente nel cda di due società energetiche. E infatti Stefano Cappiello, consigliere di Terna e anche lui designato al cda di Eni, l’altra sera si è dimesso con efficacia 5 maggio. Inoltre le regole sul cosiddetto pantouflage impediscono di ricevere buonuscite quando si passa a una società che ha lo stesso azionista. Dunque Di Foggia o prende la severance o va all’Eni, le due cose insieme non sono compatibili. Gliel’ha detto anche la premier Giorgia Meloni, sua sponsor insieme alla sorella Arianna nella nomina del 2023, di prendere velocemente una decisione al riguardo. Ma ieri in cda Di Foggia avrebbe detto esplicitamente che non ha alcuna intenzione di fare il passo indietro. In forza di due pareri legali che sostengono la non applicabilità del pantouflage poiché gli azionisti di Terna ed Eni non sono gli stessi.
Il cda e soprattutto il presidente di Terna, Igor De Biasio, hanno fatto trapelare irritazione per questa situazione chiedendo altri pareri legali e convocando un altro cda. Tanto che De Biasio, candidato a ricoprire il ruolo di ad di Enav, avrebbe pensato di uscire da Terna rinunciando al suo Tfr, come segnale di buona condotta da dare all’esterno.
Nel frattempo è partito il totonomine per la presidenza dell’Eni nel caso Di Foggia fosse costretta a farsi da parte dal Mef o dalla Meloni. E sono arrivate le interrogazioni parlamentari del Pd e dei 5 Stelle.
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