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Né americana né cinese: l’alleanza tra Canada e Germania per costruire la “loro” IA

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Il campione di Toronto Cohere compra la startup tedesca Aleph Alpha, in un’operazione da 20 miliardi benedetta dai due governi. Obiettivo dichiarato: non dipendere da Big Tech
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ROMA – Né con l’America, né con la Cina. E’ questo, tra le righe ma neppure troppo, il senso geopolitico – geotecnologico – della fusione dell’Intelligenza artificiale annunciata venerdì sull’asse Canada-Germania. Cohere, campioncino canadese degli algoritmi, ha raggiunto un accordo per comprare la tedesca Aleph Alpha, tra le maggiori startup europee del settore. La società combinata avrà un valore di 20 miliardi di dollari, un doppio quartier generale e una missione esplicitamente benedetta dai rispettivi governi (e cara ai governi di tutto il mondo): sviluppare una IA sovrana che permetta alle amministrazioni pubbliche e alle aziende dei due Paesi di avere – parola del ministro canadese per l’IA - “una opzione alternativa agli hyperscaler (cioè i colossi di Big Tech, ndr) e all’egemone”.

ROMA – Né con l’America, né con la Cina. E’ questo, tra le righe ma neppure troppo, il senso geopolitico – geotecnologico – della fusione dell’Intelligenza artificiale annunciata venerdì sull’asse Canada-Germania. Cohere, campioncino canadese degli algoritmi, ha raggiunto un accordo per comprare la tedesca Aleph Alpha, tra le maggiori startup europee del settore. La società combinata avrà un valore di 20 miliardi di dollari, un doppio quartier generale e una missione esplicitamente benedetta dai rispettivi governi (e cara ai governi di tutto il mondo): sviluppare una IA sovrana che permetta alle amministrazioni pubbliche e alle aziende dei due Paesi di avere – parola del ministro canadese per l’IA - “una opzione alternativa agli hyperscaler (cioè i colossi di Big Tech, ndr) e all’egemone”.

IA per aziende e governi

Il riferimento è prima di tutto agli Stati Uniti, che con Donald Trump hanno mostrato di essere pronti a usare le altrui dipendenze come armi di ricatto. Ma in prospettiva anche alla superpotenza sfidante, la Cina, i cui modelli di IA ora lottano gomito a gomito per prestazioni con quelli americani. Sia Cohere, fondata nel 2019 a Toronto da un gruppo di ricercatori provenienti da Google, che Aleph Alpha, stesso anno di fondazione ad Heidelberg, concentrano il loro sviluppo su prodotti dedicati non ai singoli consumatori (come per esempio OpenAI), ma ad imprese e governi, con un focus particolare su trasparenza, controllo dell’infrastruttura e dei dati. La startup tedesca ha tra i suoi clienti il governo, che ha lanciato una strategia volta ad adottare soluzioni tecnologiche autonome rispetto a quelle americane.

La riscossa delle medie potenze

L’operazione sembrerebbe insomma una perfetta esemplificazione, nel campo più strategico che ci sia, dell’alleanza tra “medie potenze” che il primo ministro canadese Mark Carney aveva evocato nel suo bellissimo discorso all’ultimo World economic forum di Davos, come la soluzione per “non finire sul menù” dalle superpotenze. Se la “nuova” Cohere avrà le risorse (finanziarie e tecnologiche) e la strategia per ritagliarsi una sua nicchia tra i colossi americani e cinesi è una questione aperta. Questa operazione le fa di certo fare un salto strategico e geografico, avviando la sua espansione in Europa, ed entro la fine dell’anno dovrebbe chiudere un nuovo round di finanziamento, anche se a valori lontanissimi da quello delle varie OpenAI o Anthropic.

Mezzo pieno o mezzo vuoto

Per la Germania (e l’Europa) il giudizio sull’operazione è ancora più complesso. Aleph Alpha, all’inizio descritta come una delle grandi speranze europee nell’IA insieme alla francese Mistral, non è cresciuta come i fondatori e gli investitori (il primo è il gruppo Schwarz, quello dei supermercati Lidl, insieme a colossi dell’industria come Sap e Bosch) si attendevano. Non riuscendo a tenere il passo dei concorrenti aveva rinunciato a sviluppare nuovi modelli di IA, convertendosi di fatto ad una attività di consulenza di alto livello, e lo scorso ottobre il fondatore Jonas Andrulis aveva lasciato il ruolo di amministratore delegato: la dimostrazione di come una strategia molto giocata sul tema politico della sovranità e sulla conformità alle regole non basti a garantire il successo. Ora, in un settore che si dovrà consolidare, finisce acquisita da un concorrente extra europeo, esattamente l’esito che le autorità comunitarie vorrebbero evitare per le startup del continente. Diventa però parte di un progetto internazionale in cui governo e aziende tedeschi conservano una partecipazione e una voce in capitolo.

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