Regole oscure e pochi talenti, cosa rallenta l’IA tra banche e assicurazioni italiane
di Filippo SantelliROMA – Anche nel mondo finanziario l’Intelligenza artificiale si sta diffondendo a velocità enorme, superiore a qualunque altra tecnologia del passato. Anche in Italia, dove il 39% degli operatori del settore – banche, assicurazioni, società di investimento, fondi pensione – la utilizza nell’operatività quotidiana, dichiarando significativi vantaggi di efficienza. E’ quando emerge da uno studio dell’Ocse condotto interpellando 450 società tricolori, e presentato ieri durante un seminario alla Banca d’Italia. Studio da cui però emergono anche degli ostacoli all’adozione che rischiano di lasciare l’Italia in ritardo in questa rivoluzione: regole (soprattutto europee) poco chiare, difficoltà nel reperire talenti informatici, dipendenza da fornitori terzi di cloud e algoritmi, in particolare americani.
ROMA – Anche nel mondo finanziario l’Intelligenza artificiale si sta diffondendo a velocità enorme, superiore a qualunque altra tecnologia del passato. Anche in Italia, dove il 39% degli operatori del settore – banche, assicurazioni, società di investimento, fondi pensione – la utilizza nell’operatività quotidiana, dichiarando significativi vantaggi di efficienza. E’ quando emerge da uno studio dell’Ocse condotto interpellando 450 società tricolori, e presentato ieri durante un seminario alla Banca d’Italia. Studio da cui però emergono anche degli ostacoli all’adozione che rischiano di lasciare l’Italia in ritardo in questa rivoluzione: regole (soprattutto europee) poco chiare, difficoltà nel reperire talenti informatici, dipendenza da fornitori terzi di cloud e algoritmi, in particolare americani.
Guidano assicurazioni e banche
In generale, ha detto Carmine Di Noia, già commissario della Consob e ora direttore per gli Affari finanziari dell’Ocse, l’interesse mostrato dagli operatori italiani del credito per l’IA è elevato, anche se inferiore a quello dei concorrenti di altri Paesi avanzati come Giappone o Finlandia. La stanno adottando in particolare assicurazioni (70% degli interpellati) e banche (59%), un po’ meno chi opera sui mercati. Si tratta per lo più di primi approcci sperimentali legati all’ottimizzazione di funzioni interne, come l’analisi dei dati, l’antiriciclaggio, il supporto alla clientela, e al momento con bassi livelli di autonomia (o, a vederla al contrario, con alti livelli di coinvolgimento umano). Ma nei prossimi anni, dicono gli interpellati, cresceranno le applicazioni anche in funzioni più caratterizzanti del business finanziario come l’allocazione degli attivi e le strategie di trading. Già oggi poi tre quarti degli intervistati dichiarano che l’IA ha migliorato efficienza, due terzi vedono un aumento della produttività, metà circa un miglioramento dei processi decisionali.
La giungla delle regole
Non è insomma un tema di “se”, ma di “quando” e “come” l’IA entrerà nel mondo del credito per renderlo più competitivo. Ma proprio da questo punto di vista lo studio Ocse rivela alcuni ostacoli alla sua adozione in Italia. Il primo, segnalato praticamente dalla totalità degli intervistati, sono le preoccupazioni su complessità e rispetto della normativa. Dopo una lunga e complessa genesi, l’AI Act europeo è ora nella fase di applicazione, altrettanto lunga e macchinosa. Una delle raccomandazioni dell’Ocse ad autorità e regolatori è dunque di semplificare – cosa che l’Europa sta provando a fare con i pacchetti omnibus, anche su digitale e IA – e dare chiarezza sulla direzione normativa. Non bisogna chiudersi in un recinto di regole nazionali, ha detto Di Noia, “perché l’IA non ha confini”.
Autonomia strategica
Un altro tema critico citato dalle imprese è quello delle competenze, con un quarto degli intervistati che dichiara difficoltà nell’assumere figure specifiche, la cui scarsità in Italia è nota, e una quota rilevante che denuncia anche scarsità di comprensione della tecnologia da parte della dirigenza aziendale. Infine c’è li problema, molto discusso, della dipendenza da soluzioni tecnologiche terze, in particolare quelle delle Big Tech americane, in un’era in cui ogni dipendenza più trasformarsi in un’arma di ricatto. Tre aziende su quattro si riforniscono all’esterno di servizi cloud, il 40% anche dei modelli di IA generativa, un altro 40% non usufruisce di servizi open source – da molti descritti come una leva con cui l’Europa potrebbe affrancarsi – a causa dei timori per la sicurezza. A proposito di sicurezza però, va notato che metà degli intervistati dichiara di non essersi dotato di protezioni contro le minacce informatiche specifiche costituite dall’IA.