I mali dei conti italiani: zero crescita e un fardello che fa paura
di Giampaolo Galli *Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, durante la cerimonia al Quirinale per i 70 anni della Corte Costituzionale
Il Documento di Finanza Pubblica licenziato dal Consiglio dei ministri di mercoledì scorso conferma ciò che già sapevamo. La crescita dell’Italia nel 2006 rimane allo “zero virgola”, ossia 0,6 per cento. Il deficit si attesta sopra la fatidica soglia europea del 3% del Pil, come in una decina di altri Paesi europei, e il debito pubblico aumenta ancora anche nel 2026.
Il ministro Giorgetti giustamente ha sottolineato l’incertezza del momento, dato che non sappiamo cosa succederà in Medio Oriente e anche ai dazi americani. Per questo ha prospettato aggiornamenti nelle prossime settimane in funzione degli eventi nel Golfo.
È opportuno, tuttavia, essere consapevoli del fatto che, nella sostanza, lo scenario centrale del nostro governo è a…
Il Documento di Finanza Pubblica licenziato dal Consiglio dei ministri di mercoledì scorso conferma ciò che già sapevamo. La crescita dell’Italia nel 2006 rimane allo “zero virgola”, ossia 0,6 per cento. Il deficit si attesta sopra la fatidica soglia europea del 3% del Pil, come in una decina di altri Paesi europei, e il debito pubblico aumenta ancora anche nel 2026.
Il ministro Giorgetti giustamente ha sottolineato l’incertezza del momento, dato che non sappiamo cosa succederà in Medio Oriente e anche ai dazi americani. Per questo ha prospettato aggiornamenti nelle prossime settimane in funzione degli eventi nel Golfo.
È opportuno, tuttavia, essere consapevoli del fatto che, nella sostanza, lo scenario centrale del nostro governo è anche lo scenario centrale del Fondo Monetario Internazionale (anzi il Fmi prevede uno 0,5% nel 2026) e degli altri principali previsori e che in questo scenario l’economia mondiale non va male. Va un po’ meno bene di quelle che erano le previsioni anteguerra, ma le differenze sono davvero piccole. Il problema dell’Italia non è il fatto di stare leggermente sopra il 3% - cosa che consentirebbe al più di aumentare un po’ le spese per la difesa. Il problema è che la crescita va davvero maluccio e che, come è accaduto tante volte negli ultimi tre decenni, l’Italia si conferma l’ultima ruota del carro europeo.
Il confronto della crescita
Nello scenario del Fondo Monetario, il Pil mondiale rallenta dal 3,4% del 2025 al 3,1% nel 2026. Alcuni paesi rallentano di due o tre decimali (Giappone, Regno Unito e Spagna), ma parecchi paesi migliorano: gli Stati Uniti accelerano dal 2,1% del 2025 al 2,3% e la Germania si riprende dallo 0,2% del 2025 allo 0,8% nel 2026. La Francia rimane allo 0,9, come nel 2025. I Paesi emergenti dell’Asia sono quelli che risentono di più della crisi energetica, ma crescono comunque a ritmi elevati: la Cina al 4,4% e l’India al 6,5%.
Questi dati sono una netta smentita di coloro che avevano annunciato tragedie planetarie per via della scarsità di idrocarburi. Non siamo all’Armageddon e siamo lontanissimi dalla stagflazione degli anni Settanta. Queste sono anche le valutazioni dei mercati. Altrimenti il prezzo del petrolio sarebbe ben più alto e i mercati azionari non sarebbero ai massimi storici.
Per avere un’idea del confronto con gli anni Settanta, se il prezzo del petrolio si stabilizzasse a 100 dollari si avrebbe un aumento del 60% rispetto al 2025. Nel 1973-74, dopo la guerra del Kippur, il prezzo quadruplicò nel giro di pochi giorni. E nel 1979, dopo la rivoluzione degli Ayatollah, vi fu un nuovo aumento che portò il prezzo a un livello 10 volte superiore a quello del 1972.
Crescita a confronto, le stime Fmi
Inoltre, 100 dollari al barile è un numero che è stato superato già molte volte: nell’ultimo quarto di secolo, i 100 dollari corretti per l’inflazione al consumo (ossia valutati con l’indice dei prezzi di oggi) sono stati superati per circa un terzo del tempo; nel 2008 il prezzo del petrolio Wti (valutato ai prezzi al consumo di oggi) superò i 200 dollari. Il Fondo Monetario ha fatto anche due scenari peggiori, uno “avverso” e uno “severo”. Guardando direttamente a quello severo, in cui il petrolio si attesta a 110 dollari per la restante parte del 2026 e il prezzo del gas aumenta de 200% rispetto a prima della guerra, si scopre che neanche in questo scenario succede l’Armageddon. Nel 2026, l’economia mondo cresce del 2,1%, i Paesi avanzati del 1%, gli emergenti del 2,5 per cento. L’inflazione mondiale sale dal 4,1% del 2025 al 5,8% nel 2026.
Dunque, la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni provocati alle infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo possono avere effetti rilevanti sull’economia mondiale. Ma, a meno di sviluppi ulteriori e drammatici della guerra, siamo lontani dai guasti degli anni Settanta.
Le spese pubbliche italiane e Ocse
Purtroppo, l’Italia è un caso a sé: non riesce a crescere e quindi fa una grande fatica a ridurre il deficit e non riesce a ridurre il suo debito pubblico in rapporto al Pil. È utile guardare cosa stanno facendo paesi come Portogallo, Spagna e Grecia che fino a pochi anni fa erano fra i più colpiti dalla crisi dei debiti sovrani in Europa e ora stanno crescendo a ritmi assai elevati, hanno bilanci in pareggio o comunque molto sotto il 3% e stanno rapidamente riducendo il debito. E la notizia è che, quanto al debito pubblico, secondo il Fondo Monetario nel 2026 l’Italia viene superata anche dalla Grecia e diventerà quindi il Paese con il rapporto debito pubblico/Pil più alto dell’euro zona. Il debito pubblico della Grecia era al 210% nel 2020 ed è sceso molto rapidamente, fino al 145%, nel 2025. Dovrebbe scendere al 136,9% nel 2026.
Il debito pubblico dell’Italia salirebbe invece dal 137,1% del 2025 al 138,5% nel 2026. Il miracolo greco è dovuto ad una crescita attorno al 2% e ad un avanzo primario fra il 3 il 4% del Pil. L’Italia, con la sua bassa crescita e il suo alto debito, rimane così uno dei Paesi più esposti alla crisi internazionali. Sarebbe stato molto utile un capitolo del Dfp su cosa hanno fatto questi Paesi, per molti versi simili all’Italia, per ridurre così tanto il rapporto debito/Pil. Si scoprirebbe che hanno utilizzato molto bene i fondi del Pnrr. Loro ci sono riusciti. Ora il Piano nazionale di ripresa e resilienza sta finendo. Ed è il tempo giusto per chiederci come mai in Italia non abbia dato quell’impulso al potenziale di crescita che era nei propositi e nelle promesse iniziali; e cosa possiamo fare oggi per ripartire.
* Direttore scientifico dell’Osservatorio conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano
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