Economia

Guerra e Superbonus. Un’ipoteca sul Pil

La sede del Mef

La sede del Mef

 
Il deficit sopra il 3% lascia l’Italia sotto procedura d’infrazione Ue. Ma c’è uno scenario ancora peggiore, con la guerra che non finisce e i rincari energetici: la recessione

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

4 minuti di lettura

ROMA – Il colpevole, per il governo, è sempre lui: il Superbonus. O meglio, la sua coda lunga, arrivata fino a marzo e capace di rovinare la festa sul filo del traguardo. L’Italia puntava a scendere già nel 2025 sotto la soglia simbolica e politica del 3% di deficit, per chiudere in anticipo la procedura europea per disavanzo eccessivo. Invece il verdetto di Istat ed Eurostat si è fermato al 3,1%. Per la precisione al 3,07%, arrotondato per eccesso. Una differenza minima, ma sufficiente a lasciare il Paese ancora un anno sotto sorveglianza Ue e a restringere gli spazi della prossima manovra, l’ultima pienamente politica prima del voto.

Nel Documento di finanza pubblica, il Dfp approvato dal governo e costruito secondo le nuove regole europee al posto del vecchio Def, il Mef attribuisce interamente lo scostamento ai crediti d’imposta dei bonus edilizi: 8,4 miliardi, quasi 0,4 punti di Pil. Senza questa componente, definita «transitoria e non strutturale», il deficit del 2025 sarebbe sceso al 2,7%. Non solo sotto il 3%, ma sotto anche alle previsioni del Documento programmatico di finanza pubblica, il Dpfp dello scorso ottobre. Il dettaglio più beffardo è in nota: l’«emersione tardiva» di operazioni effettuate nel 2025 e comunicate all’Agenzia delle entrate entro il 16 marzo 2026. Sconti in fattura e cessioni del credito salvati dalle vecchie clausole, riferiti a lavori già formalmente avviati al 15 ottobre 2024.

L’irritazione di Meloni, il sarcasmo di Giorgetti

La premier Giorgia Meloni non ha nascosto l’irritazione. Ha parlato di «sciagurato» Superbonus e di «beffa», ricordando come negli ultimi anni le prime stime Istat sul Pil siano state poi riviste al rialzo. Ma le regole europee guardano il dato disponibile ora. E Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’Economia, che fino a pochi giorni fa diceva di credere nei miracoli, si rifugia nel realismo e nella metafora calcistica: «Come diceva Boskov, rigore è quando arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco». L’arbitro ha fischiato: deficit al 3,1%, debito al 137,1%, procedura Ue ancora aperta. L’uscita, se tutto andrà bene, slitta al 2027, sulla base dei risultati di quest’anno.

Non solo deficit. Il nuovo parametro della spesa netta

Ma nel nuovo Patto di stabilità l’arbitro non guarda più soltanto al deficit. Guarda soprattutto la spesa netta, l’indicatore guida dei conti pubblici. Anche qui il Superbonus rientra dalla finestra: nel 2025 la spesa netta cresce dell’1,9%, oltre il tetto dell’1,3% raccomandato dal Consiglio Ue. Il Mef si difende: senza la coda dei crediti edilizi si sarebbe fermata all’1,2%. Ma la serenità finisce presto. Nel 2026 la spesa torna formalmente in linea, all’1,6%. Nel 2027 arriva però un nuovo strappo: 2,2% contro il limite dell’1,9%, per effetto dell’inflazione che si scarica sulla spesa sociale indicizzata, a partire dalle pensioni. E anche se nel 2028 il tasso annuo rientra, la cumulata, la somma cioè della spesa extra permessa nei cinque anni, resta più alta: 5,4% contro il 4,6% indicato dalla raccomandazione Ue. Il governo rinvia il verdetto al Dpfp di ottobre. Se gli scostamenti saranno confermati, scrive il Mef, lì saranno definite «le misure necessarie». Traduzione: una dieta, prima o poi, andrà scritta in manovra.

La nuova stagione di incertezza: la stagflazione

Il Dfp racconta così un Paese che ha mancato di poco il bersaglio, ma soprattutto un Paese entrato in una nuova stagione di incertezza. Il documento nasce dentro quello che Giorgetti definisce un «contesto internazionale di eccezionale complessità», segnato da uno shock «di natura esogena». La guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz, il rincaro di petrolio e gas, la volatilità dei mercati hanno cambiato il quadro rispetto all’autunno. Il Pil 2026 viene limato allo 0,6%, contro lo 0,7% previsto a ottobre; resta allo 0,6% anche nel 2027 e risale appena allo 0,8% nel 2028 e 2029. L’inflazione sale invece al 2,8% quest’anno. Meno crescita e più prezzi: nella premessa il ministro parla di elementi che «operano in senso stagflativo».

Il paradosso è che il 2025 non era andato male: Pil reale a +0,5%, consumi privati a +1,1%, investimenti a +3,5%, oltre 24 milioni di occupati e disoccupazione media al 6,1%. Ma il Dfp fotografa il passaggio da quella tenuta a un 2026 molto più stretto: crescita quasi ferma nella parte centrale dell’anno, consumi frenati dal caro energia, esportazioni indebolite, investimenti sorretti soprattutto dal Pnrr. La traiettoria ufficiale dei conti resta ordinata: il deficit continua a scendere dal 2,9% nel 2026 al 2,1% nel 2029. Il debito però sale ancora, al 138,6% quest’anno e al 138,5% nel 2027, prima di scendere lentamente al 136,3%. La pressione fiscale resta sopra il 43%. E la sanità racconta una verità doppia: più miliardi, ma un rapporto sul Pil stabile, al 6,4%.

Verso la recessione?

La vera incognita è che questa fotografia potrebbe essere già vecchia. Giorgetti lo ha detto presentando il Dfp: le stime sono «già oggi discutibili» e richiederanno «ulteriori approfondimenti e aggiornamenti». Lo segnala anche l’Ufficio parlamentare di bilancio: le previsioni possono essere riviste «anche in misura significativa» in breve tempo. Nello scenario avverso del Mef – con guerra più lunga, brent a 115 dollari al barile, gas a 93 euro, rendimento del Btp più alto di 30 punti – il Pil perderebbe 0,2 punti quest’anno e 0,8 nel 2027. Tradotto: il già modesto +0,6% di questo e del prossimo anno rischierebbe di diventare recessione.

Giorgetti assicura che il governo continuerà a sostenere «i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese» perché «sarebbe irresponsabile non farlo». Ma ammette che, se il quadro peggiorasse, «non si potrà escludere» che nuovi interventi gravino sulla finanza pubblica. La parola tabù, scostamento, entra così nel dibattito. Il ministro non la esclude, anche «da soli», se non arriverà una risposta europea. Però indica una priorità: non più la difesa, ma l’energia. «Prima l’autotrasporto da sostenere come priorità assoluta contro il caro carburante, per evitare l’effetto a cascata sui prezzi del supermercato», dice.

L’incognita della spesa militare

Il passaggio più sensibile riguarda la difesa. Nella premessa al Dfp Giorgetti scrive che i margini sono «particolarmente assottigliati» e che sarà necessario «ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la difesa». Il programma europeo Safe garantisce all’Italia 14,9 miliardi di prestiti, con prime erogazioni attese dalla fine del 2026. Ma il Dfp precisa che riguardano voci già nei capitoli di bilancio e «non porteranno a spese aggiuntive». Gli impegni restano, la crisi energetica può cambiare l’ordine delle priorità.

I commenti dei lettori