Approvato il decreto Primo maggio. Salta la retroattività dei rinnovi contrattuali
di Valentina ConteROMA – Salta la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti. Nel decreto Lavoro approvato dal Consiglio dei ministri alla vigilia del Primo maggio, secondo la bozza entrata in Cdm che Repubblica ha potuto visionare, il governo riscrive una delle norme più delicate sulla contrattazione.
Non c’è più l’obbligo secco di far decorrere gli incrementi retributivi dalla scadenza naturale del vecchio contratto. Al suo posto entra una formula più aperta all’autonomia delle parti: saranno sindacati e imprese, in sede di rinnovo, a definire decorrenze, eventuali una tantum e strumenti per coprire il periodo rimasto scoperto.
Resta però una penalizzazione per i rinnovi lumaca. Se il contratto non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni saranno adeguate alla variazione dell’Ipca, ma solo nella misura del 30%. Nella prima bozza si ipotizzava il 50%. Dopo un anno salta anche il contributo di assistenza contrattuale, dove previsto.
ROMA – Salta la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti. Nel decreto Lavoro approvato dal Consiglio dei ministri alla vigilia del Primo maggio, secondo la bozza entrata in Cdm che Repubblica ha potuto visionare, il governo riscrive una delle norme più delicate sulla contrattazione.
Non c’è più l’obbligo secco di far decorrere gli incrementi retributivi dalla scadenza naturale del vecchio contratto. Al suo posto entra una formula più aperta all’autonomia delle parti: saranno sindacati e imprese, in sede di rinnovo, a definire decorrenze, eventuali una tantum e strumenti per coprire il periodo rimasto scoperto.
Resta però una penalizzazione per i rinnovi lumaca. Se il contratto non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni saranno adeguate alla variazione dell’Ipca, ma solo nella misura del 30%. Nella prima bozza si ipotizzava il 50%. Dopo un anno salta anche il contributo di assistenza contrattuale, dove previsto.
Le parole della premier Meloni
In conferenza stampa la premier parla di un contratto da «un miliardo». E aggiunge: «Abbiamo stabilito così il salario giusto: ovvero il trattamento economico complessivo dei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Noi crediamo nella contrattazione. Chi sottopaga i lavoratori non avrà diritto a incentivi pubblici. Combattiamo anche il caporalato digitale che colpisce soprattutto i rider. Siamo aperti a raccogliere richieste di miglioramento delle parti sociali».
Aggiunge la ministra del Lavoro Marina Calderone: «Il messaggio che vogliamo trasmettere con questo decreto è quello di sostenere la contrattazione di qualità, incentivare il lavoro stabile, combattere il caporalato digitale anche prevedendo l’accesso alle App con Cie, Spid o autenticazione a doppio fattore. È importante rinnovare i contratti in tempo, a scadenza: le parti individueranno come compensare i periodi di mancata vigenza».
La ministra della Famiglia Eugenia Roccella poi spiega: «Introduciamo un nuovo sgravio contributivo dell’1% per le aziende che mettono in campo politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia: ci sono 7 milioni quest’anno e 12 milioni dal prossimo anno. Esiste già una certificazione per la parità di genere: 12.500 aziende certificate. Ne introduciamo un’altra che riguarda sette aree di intervento, dal supporto alla genitorialità alla continuità di carriera. Chi ha questa certificazione può avere lo sgravio».
Salario giusto, il contratto-pavimento
Il cuore politico del decreto resta il “salario giusto”. È il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. I contratti sottoscritti da sigle minori non vengono vietati, ma non potranno pagare meno del contratto leader del settore.
Anche i bonus del decreto saranno agganciati a questa soglia: potranno accedere agli incentivi solo le imprese che garantiscono trattamenti individuali non inferiori al salario giusto.
Più Cnel e codice Ccnl in busta paga
Il codice alfanumerico del contratto applicato dovrà comparire anche in busta paga. Sarà usato da ministero del Lavoro, Inps, Ispettorato e Cnel per incrociare i dati, monitorare l’applicazione dei contratti e individuare dumping retributivo e contrattuale.
Al Cnel viene affidato, d’intesa con il ministero, il Rapporto nazionale annuale sulle retribuzioni. Sempre il Cnel dovrà creare l’archivio dei contratti aziendali e territoriali depositati al ministero, entro trenta giorni dalla conversione.
Rider, algoritmo e mance al 5%
Sul lavoro tramite piattaforma resta la presunzione di subordinazione: se emergono controllo o eterodirezione anche tramite algoritmo, il rapporto si presume dipendente, salvo prova contraria.
Le piattaforme dovranno comunicare ogni mese numero di prestazioni, tempi e Comune in cui sono state svolte, conservando per cinque anni dati su accessi, assegnazioni, rifiuti, tempi e compensi. Arriva anche il diritto a una spiegazione comprensibile delle decisioni automatizzate.
Stretta sugli account: credenziali personali, divieto di cessione e sanzioni da 600 a 1.200 euro; da 1.000 a 1.500 euro per ogni account in più associato allo stesso codice fiscale. Ai rider viene estesa la detassazione delle mance al 5%, già prevista per camerieri e lavoratori di alberghi, bar e ristoranti.
Tfr e isopensione
Sul Tfr arriva una norma ponte. Le imprese entrate dal 2026 nell’obbligo di versare al Fondo Tesoreria Inps potranno regolarizzare i versamenti di gennaio-giugno entro il 16 luglio, senza sanzioni né interessi. I lavoratori avranno tempo fino al 30 giugno per chiedere che quelle quote vadano invece alla previdenza complementare.
Prorogata anche l’isopensione fino al 2029, il canale che consente alle imprese di accompagnare alla pensione i lavoratori vicini ai requisiti.
Bonus: donne, giovani, Zes e stabilizzazioni
Il bonus donne prevede decontribuzione totale per assunzioni stabili di lavoratrici svantaggiate: tetto di 650 euro al mese, che sale a 800 nella Zes unica del Mezzogiorno. Il bonus giovani vale per under 35 svantaggiati o senza impiego da almeno 24 mesi: 500 euro al mese, 650 nelle regioni del Sud allargate a Marche e Umbria.
Il bonus Zes riguarda le microimprese fino a 10 dipendenti che assumono nel Mezzogiorno over 35 disoccupati da almeno 24 mesi. In più spunta un incentivo alla stabilizzazione: fino a 500 euro al mese per chi trasforma contratti a termine brevi di under 35 in rapporti a tempo indeterminato.
Resta lo sgravio per le aziende con misure certificate di conciliazione famiglia-lavoro, fino all’1% dei contributi e massimo 50 mila euro l’anno. Escono invece dalla versione finale sicurezza, mini bonus badanti e Fondo nuove competenze.