ROMA – La buona notizia è che nel primo trimestre 2026 i salari continuano a crescere più dell’inflazione. Quella cattiva è che il divario tra retribuzioni e aumento dei prezzi nel tempo rimane ancora ampio, e il potere di acquisto negli ultimi anni si è eroso sensibilmente. L’analisi sul primo trimestre 2026 dell’Istat certifica che la retribuzione oraria media nel periodo gennaio-marzo 2026 è cresciuta del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Secondo l’Istat l'indice delle retribuzioni contrattuali orarie, a marzo 2026, aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e del 2,4% rispetto a marzo 2025. L'aumento tendenziale è stato più marcato per i lavoratori della pubblica amministrazione (+3,2%) rispetto a quello dei dipendenti dell'industria e dei servizi privati (+2,3% entrambi). Alla fine di marzo 2026, per l'insieme dei settori economici, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 46 e riguardano circa 9 milioni di dipendenti, che corrispondono…
ROMA – La buona notizia è che nel primo trimestre 2026 i salari continuano a crescere più dell’inflazione. Quella cattiva è che il divario tra retribuzioni e aumento dei prezzi nel tempo rimane ancora ampio, e il potere di acquisto negli ultimi anni si è eroso sensibilmente. L’analisi sul primo trimestre 2026 dell’Istat certifica che la retribuzione oraria media nel periodo gennaio-marzo 2026 è cresciuta del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Secondo l’Istat l'indice delle retribuzioni contrattuali orarie, a marzo 2026, aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e del 2,4% rispetto a marzo 2025. L'aumento tendenziale è stato più marcato per i lavoratori della pubblica amministrazione (+3,2%) rispetto a quello dei dipendenti dell'industria e dei servizi privati (+2,3% entrambi). Alla fine di marzo 2026, per l'insieme dei settori economici, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 46 e riguardano circa 9 milioni di dipendenti, che corrispondono al 68,8% del totale. Tale percentuale è la sintesi di una quota pari all'87,9% nel settore privato e a zero nella pubblica amministrazione, che ha tutti i contratti scaduti.
Contratti: diminuiscono i tempi di attesa
Nel corso del primo trimestre 2026, sottolinea l'Istat, sono stati recepiti 7 contratti: 5 nel settore industriale, 1 nei servizi privati e 1 nella pubblica amministrazione relativo al triennio 2022-2024. A fine marzo 2026, i contratti in attesa di rinnovo sono 29 e coinvolgono circa 4,1 milioni di dipendenti, di cui 1,2 milioni nel settore privato e 2,8 nella pubblica amministrazione. Tra marzo 2025 e marzo 2026, il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto è passato da 23,1 a 14,9 mesi mentre in media per il totale dei dipendenti è sceso da 10,9 a 4,7 mesi. I settori che a marzo presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono: energia e petroli (+7,7%), estrazione di minerali (+7,4%) e servizio smaltimento rifiuti (+5,7%). L'incremento è invece nullo per le farmacie private.
"Alla fine di marzo 2026, commenta l'Istituto di statistica, nel settore privato, grazie agli accordi recepiti nel corso dei primi tre mesi dell'anno, la quota di dipendenti con il contratto scaduto si è ulteriormente ridotta scendendo a poco più di uno su dieci. La crescita tendenziale delle retribuzioni contrattuali, in diffuso rallentamento, per il terzo trimestre consecutivo è inferiore al 3%, rimanendo ancora superiore all'inflazione”. Sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di marzo, l'indice delle retribuzioni contrattuali orarie per l'intera economia registrerebbe un incremento del 2,3% nel semestre aprile-settembre 2026 e del 2,4% nella media del 2026.
Unc: “Rialzo retribuzioni falsato da ritardo rinnovi”
"Il rialzo delle retribuzioni sopra il livello dell'inflazione è solo un miraggio, un dato falsato dal ritardo dei rinnovi contrattuali. Se gli stipendi si adeguano al 2,6%, come attesta oggi l'Istat, è solo perché in questo dato sono stati recepiti i contratti relativi al triennio 2022-2024, quando l'inflazione era dell'8,1% nel solo 2022 e del 5,7% nel 2023. Ecco perché il confronto va fatto con il 2021 e in questo caso l'Istat attesta una perdita abnorme e vergognosa del 7,8%", afferma Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori commentando il dato Istat sulle retribuzioni.