ROMA – L’Italia dello zero virgola si risveglia con un’occupazione che declina e un’inflazione che torna a mordere. Tre fotografie Istat, nello stesso giorno, compongono un’unica immagine: il Paese cresce poco, lavora meno e paga di più l’energia. Non è recessione, non ancora. Ma neppure ripartenza. È la linea sottile su cui si muovono conti pubblici e famiglie, mentre il governo prova a leggere nel +0,2% del Pil del primo trimestre almeno un appiglio.
Una crescita striminzita
Di tanto avanza l’economia italiana, rispetto agli ultimi tre mesi del 2025 e dello 0,7% sull’anno scorso. Numeri positivi, ma da prefisso telefonico. La crescita acquisita per il 2026 è allo 0,5%: se il Pil restasse fermo fino a dicembre, l’anno chiuderebbe così. Ma è lo stesso ministro dell’Eco…
ROMA – L’Italia dello zero virgola si risveglia con un’occupazione che declina e un’inflazione che torna a mordere. Tre fotografie Istat, nello stesso giorno, compongono un’unica immagine: il Paese cresce poco, lavora meno e paga di più l’energia. Non è recessione, non ancora. Ma neppure ripartenza. È la linea sottile su cui si muovono conti pubblici e famiglie, mentre il governo prova a leggere nel +0,2% del Pil del primo trimestre almeno un appiglio.
Una crescita striminzita
Di tanto avanza l’economia italiana, rispetto agli ultimi tre mesi del 2025 e dello 0,7% sull’anno scorso. Numeri positivi, ma da prefisso telefonico. La crescita acquisita per il 2026 è allo 0,5%: se il Pil restasse fermo fino a dicembre, l’anno chiuderebbe così. Ma è lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in Parlamento ad evocare lo spettro: «Se non succede niente nei prossimi tre trimestri, cioè se non si va in recessione, quello è il dato acquisito».
Sotto la superficie, il motore gira a metà. A sostenere il Pil sono i servizi e la componente estera netta. L’industria e l’agricoltura arretrano. La domanda interna, al lordo delle scorte, dà un contributo negativo. L’Italia cresce non perché consumi e investimenti spingano, ma perché l’estero compensa la debolezza di casa. Un equilibrio fragile proprio mentre l’inflazione torna a scaldarsi.
La super inflazione importata
Ad aprile i prezzi salgono del 2,8% annuo, dall’1,7% di marzo. La fiammata è quasi tutta importata: energia e carburanti. Gli energetici passano da -2,1% a +9,5%, i non regolamentati da -2% a +9,9%, i regolamentati da -1,6% a +5,7%.
Dentro ci sono aumenti a doppia cifra, da bollettino di guerra: gasolio per riscaldamento a +38,2%, gasolio per i trasporti a +27,8%, elettricità del mercato libero a +9,5%, gas tutelato a +12,7%. La benzina torna positiva, +1,1%.
Non è una spirale generalizzata: l’inflazione di fondo scende dall’1,9 all’1,6%. Ma per chi fa il pieno, paga la bolletta o riempie il carrello cambia poco. I prodotti ad alta frequenza d’acquisto corrono al 4,3% e il carrello della spesa sale al 2,5%.
Per la prima volta un segno meno
La terza fotografia è forse la più insidiosa. A marzo gli occupati calano di 12mila unità sul mese e di 30mila sull’anno. Il tasso di occupazione resta fermo al 62,4%. Ma quel segno meno spunta per la prima volta dal post Covid, se si fa eccezione per l’anomalia dello scorso agosto. Sembra un’inversione di rotta. La disoccupazione scende al 5,2%. Ma in un anno i disoccupati diminuiscono di 304mila, mentre gli inattivi aumentano di 351mila. Il mercato non assorbe: espelle o scoraggia. L’inattività sale al 34,1%, quasi un punto in più.
Il dettaglio peggiora il quadro. A marzo crescono gli uomini occupati, +11mila, ma calano le donne, -23mila. I giovani tra 15 e 24 anni perdono 34mila occupati in un mese e 141mila in un anno: il loro tasso di inattività arriva all’80,1%. Su base annua l’unica fascia che cresce davvero è al solito quella degli over 50 con 358mila. Mentre i 35-49enni ne perdono 246mila.
Una situazione non critica, ma in rapido deterioramento nei suoi fondamentali economici.