MILANO – Prima dell’Europa, prima della Cina o di altri Paesi asiatici. È l’India – che in tempi di pace importava quasi un terzo del suo gas dal Golfo Persico – a soffrire maggiormente per il blocco dello stretto di Hormuz. Procurarsi una bombola talvolta può richiedere ore e nel peggiore dei casi l’attesa può rivelarsi vana. E allora per poter cucinare gli abitanti dei villaggi hanno ideato soluzioni alternative.
Cucinare nei villaggi senza gas
Gauri Devi ha 25 anni ed è un’agricoltrice indiana, una delle protagoniste di un reportage dell’Afp. Oggi cuoce il chapati, una focaccia tradizionale, sul suo fornello alimentato da biogas, ricavato da una miscela di sterco di vacca che lei stessa prepara nella sua fattoria. Nel contesto attuale, è più che mai grata di possederne…
MILANO – Prima dell’Europa, prima della Cina o di altri Paesi asiatici. È l’India – che in tempi di pace importava quasi un terzo del suo gas dal Golfo Persico – a soffrire maggiormente per il blocco dello stretto di Hormuz. Procurarsi una bombola talvolta può richiedere ore e nel peggiore dei casi l’attesa può rivelarsi vana. E allora per poter cucinare gli abitanti dei villaggi hanno ideato soluzioni alternative.
Cucinare nei villaggi senza gas
Gauri Devi ha 25 anni ed è un’agricoltrice indiana, una delle protagoniste di un reportage dell’Afp. Oggi cuoce il chapati, una focaccia tradizionale, sul suo fornello alimentato da biogas, ricavato da una miscela di sterco di vacca che lei stessa prepara nella sua fattoria. Nel contesto attuale, è più che mai grata di possederne uno. “Si può preparare di tutto”, dal tè alle verdure passando per le lenticchie, racconta dalla sua cucina a Nekpur, un villaggio dell'Uttar Pradesh a una trentina di chilometri da Nuova Delhi.
Il biogas a Nuova Delhi
Il metano bio non è una novità per il Paese, che consuma oltre 30 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno e ne importa più della metà. Dagli anni ‘80, Nuova Delhi incoraggia la produzione di biogas nelle zone rurali e ha sovvenzionato oltre cinque milioni di digestori che trasformano i rifiuti agricoli in combustibile per cucinare e in fanghi ricchi di azoto da utilizzare come fertilizzanti. Un impiego ancora più strategico, considerando che il settore agricolo impiega oltre il 45% della forza lavoro indiana.
Grandi fabbriche ma anche piccoli impianti casalinghi
“In questo Paese a maggioranza indù, dove lo sterco e l’urina delle vacche sacre vengono utilizzati per intonacare i muri, come combustibile e durante i rituali, è stato facile convincere la gente a passare al biogas”, racconta all’agenzia Pritam Singh, un responsabile agricolo. Per una nazione che ha promesso di raggiungere la neutralità carbonica nel 2070, ma che oggi è il terzo inquinatore del pianeta dopo Cina e Stati Uniti, incoraggiare la produzione di biogas su larga scala significa procedere verso l’obiettivo.
Decine di enormi siti di metanizzazione sono in costruzione in tutta l’India con investimenti per milioni di dollari. Ma nelle zone rurali continuano a nascere piccoli impianti, con un costo compreso tra 25 e 30 mila rupie (da 225 a 270 euro), spesso ampiamente sovvenzionati dallo Stato. Dopo aver costruito il suo primo impianto nel 2007, Singh ha aiutato a installarne altri quindici nel suo villaggio solo lo scorso anno.
Ancora un’eccezione
L’attuale crisi energetica provocata dalla guerra in Iran ha riacceso l’interesse per questa tecnologia, che tuttavia rimane un’eccezione rispetto al Gnl, considerato molto più pratico. “Gli impianti di biogas non sono semplici attrezzature, sono mini-fabbriche”, spiega all’Afp A.R. Shukla, presidente dell'Associazione indiana del biogas. “Richiedono installazione, funzionamento regolare e manutenzione”, aggiunge. E anche tenendo conto dei sussidi, il costo iniziale è per molti un ostacolo.