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Leonardo, per Cingolani buonuscita da 4,5 milioni

Leonardo, per Cingolani buonuscita da 4,5 milioni

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L’ultimo missile lanciato da Leonardo nell’era Cingolani punta dritto sul Tesoro. L’ad e direttore generale uscente, rimosso dal governo Meloni senza una motivazione esplicita, lascia amareggiato, ma con un’indennità lorda da 4,48 milioni di euro, pari a 24 mensilità di retribuzione fissa e variabile. Soldi che gli verranno versati a luglio. Sul piano formale il gruppo si muove nel recinto delle regole: politica di remunerazione approvata dagli azionisti, accordo di risoluzione consensuale, incentivi mantenuti pro quota se saranno raggiunti gli obiettivi, nessun patto di non concorrenza da pagare a parte.

Ma il punto è anche politico. Perché l’uscita di Roberto Cingolani arriva poche settimane dopo il caso Di Foggia, quando l’ad uscente di Terna, destinata alla presidenza dell’Eni, aveva finito per rinunciare alla maxi-indennità da oltre 7 milioni dopo le pressioni del governo. In quel passaggio, il titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti aveva rivendicato una linea netta: nelle partecipate pubbliche, soprattutto in caso di scadenza del mandato o di dimissioni volontarie, le buonuscite devono essere escluse o almeno drasticamente limitate. Ora, invece, quella linea incontra il suo primo - e forse non ultimo - inciampo. Leonardo spiega che l’assegno a Cingolani discende da una politica retributiva già approvata in passato e dunque non configura uno strappo. Vero. Ma per lo Stato azionista, che indica e cambia vertici e stacca i dividendi, il missile normativo che arriva da Leonardo allarga il fossato tra l’indignazione esibita per certe cifre e la sostanza delle norme che lo stesso potere pubblico ha lasciato scrivere, approvare e stratificare.

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