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Energia e investimenti, il giusto mix spagnolo

Turbine eoliche e pannelli fotovoltaici in Spagna, ad Abaste 

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Le rinnovabili e i servizi hanno spinto il Pil al top nella Ue. L’ombra della politica corrotta
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Le pale che girano non sono più quelle dei mulini a vento inseguite da un don Chisciotte smarrito tra le sue illusioni, ma quelle che producono il 20% dell’energia che alimenta le case e le aziende spagnole. E poi ci sono il solare, almeno un altro 20%, l’idroelettrico, il nucleare, un mix energetico virtuoso che ha ridotto la dipendenza dai combustibili fossili al 25%. Ecco perché, mentre l’Italia in questi mesi si dibatte nel tentativo di reperire risorse per far fronte all’ennesimo, pesante shock energetico innestato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, cercando inutilmente di ottenere una maggiore flessibilità da Bruxelles, la Spagna ha subito un impatto moderato su appena il 15% delle ore di generazione elettrica. In Italia si sfiora invece il 90%.

Il confronto con l’Italia 

Le accuse di corruzione

Le accuse emerse in questi giorni nei confronti dell’ex primo ministro Zapatero, e anc…

Le pale che girano non sono più quelle dei mulini a vento inseguite da un don Chisciotte smarrito tra le sue illusioni, ma quelle che producono il 20% dell’energia che alimenta le case e le aziende spagnole. E poi ci sono il solare, almeno un altro 20%, l’idroelettrico, il nucleare, un mix energetico virtuoso che ha ridotto la dipendenza dai combustibili fossili al 25%. Ecco perché, mentre l’Italia in questi mesi si dibatte nel tentativo di reperire risorse per far fronte all’ennesimo, pesante shock energetico innestato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, cercando inutilmente di ottenere una maggiore flessibilità da Bruxelles, la Spagna ha subito un impatto moderato su appena il 15% delle ore di generazione elettrica. In Italia si sfiora invece il 90%.

Il confronto con l’Italia 

Le accuse di corruzione

Le accuse emerse in questi giorni nei confronti dell’ex primo ministro Zapatero, e anche di persone molto vicine all’attuale premier Sánchez, a cominciare dalla moglie Begoña Gómez, costituiscono un’ombra che al momento non sembra avere impatti negativi sulla ormai inarrestabile e rapida crescita spagnola. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha sicuramente un peso: Goldman Sachs ipotizza che una riduzione del 10% degli arrivi di turisti via aereo potrebbe tradursi in una minore crescita del Pil dello 0,3%. Ma nel complesso, rileva nell’ultimo report sulla Spagna la banca d’affari, «sebbene lo shock energetico stia pesando sull’economia spagnola, ci aspettiamo comunque che la crescita economica superi quella del resto dell’Eurozona. Con una crescita nettamente superiore al trend e un saldo primario di bilancio al livello più alto dal 2007, gli spread dei titoli di Stato spagnoli sono ben supportati, relativamente contenuti e resilienti».

Una crescita del 9% in 4 anni

Anche l’ultimo Rapporto Istat celebra il “miracolo” spagnolo, che miracolo non è: è piuttosto il risultato di una riuscita combinazione di investimenti pubblici e privati, e di una attrattività costruita anno dopo anno, che ha favorito ingressi consistenti di immigrati accolti a braccia aperte, con le loro famiglie, frenando il calo demografico che stringe invece a tenaglia l’Italia, riempendo le troppe caselle vuote del mercato del lavoro, dalle costruzioni ai servizi ad alto valore tecnologico, e ampliando anche la base dei consumi. La crescita cumulata del 9% tra il 2022 e il 2025, a fronte di un modesto 2,3% messo a segno dall’Italia, rileva l’Istat, «non è riconducibile esclusivamente a episodi ciclici», ma riflette anche una maggiore capacità dell’economia spagnola di dare impulso alla domanda interna e all’attività produttiva, «anche attraverso incrementi della produttività e un maggiore orientamento verso settori a tecnologia avanzata, specialmente nei servizi».

Il Pnrr ha dato impulso ai servizi

Mentre in Italia si guarda con preoccupazione alla fine del Pnrr, e non si vedono all’orizzonte investimenti neanche paragonabili a quelli di questi anni, in Spagna invece il Next Generation Eu ha innescato un ciclo produttivo che guarda avanti e che si alimenta anche di fondi che arrivano dall’estero, attratti dalle condizioni offerte dal Paese. «La diversa configurazione del Pnrr nei due Paesi — si legge in un recente report di Prometeia — si è riflessa nelle diverse traettorie delle componenti della domanda. In Italia, le risorse sono state maggiormente concentrate nel comparto delle costruzioni; in Spagna, invece, l’allocazione ha privilegiato interventi legati alla digitalizzazione, all’innovazione e alla transizione energetica, con un sostegno alle Pmi fortemente orientato agli investimenti a elevato contenuto tecnologico».

Tra il 2022 e il 2025 il tasso di crescita complessivo degli investimenti in Spagna è stato del 16,1%, ben superiore al 10,4% dell’Italia. Ma a colpire è soprattutto la diversa composizione: in Italia la crescita degli investimenti nelle costruzioni è del 14,7% mentre quella nelle attività legate alla proprietà intellettuale si ferma al più 7,8%, contro un aumento del 23,7% registrato in Spagna.

La volata degli investimenti

Piuttosto che rimanere un filone isolato, il Pnrr è stato dunque integrato in un contesto in cui «tutto andava nella stessa direzione», spiega Maria Romero, economista di Afi (Analistas financieros internacionales): «Gli investimenti hanno attivato un tessuto produttivo eterogeneo e diffuso, ad alto valore produttivo. A farci fare un salto di competitività è stato soprattutto l’export di servizi ad alto valore aggiunto, come quelli di architettura ed ingegneria, che noi riusciamo a offrire anche ad un prezzo più conveniente rispetto al resto del mercato». Senza trascurare settori più tradizionali come il turismo, in perenne boom, e la manifattura: facendo un confronto con il 2018, nel 2025 la Spagna ha registrato, secondo l’Istat, un incremento della produzione di macchinari del 7,9% e dei prodotti elettrici del 9%, anche se a brillare sono soprattutto l’elettronica (+47,1%) e la farmaceutica (+42%).

L’immigrazione, fattore umano chiave

A far prosperare la Spagna, non ultimo, è il fattore umano. Tanta attività ha favorito la buona occupazione: tra il 2022 e il 2025 i redditi reali sono aumentati del 14,8%, contro il 3,3% in Italia. «Non ce l’avremmo fatta senza gli stranieri — spiega Maria Romero — in questi anni sono arrivati soprattutto moltissimi latino-americani, a favorirci c’è stata anche la vicinanza linguistica. La manodopera ci ha permesso di coprire i tanti posti vuoti nelle costruzioni, ma a partire dai primi anni 2000 abbiamo cominciato ad attrarre anche molti laureati. Se all’inizio venivano da soli, e poi, tempo dopo, avviavano le procedure di riunificazione familiare, negli ultimi anni hanno cominciato ad arrivare con le famiglie, perché avevano fiducia nella possibilità di rimanere e costruire il loro futuro da noi». Effetto anche di politiche di accoglienza mirate: tra il 2022 e il 2025 la popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni è cresciuta del 4,6%, contro l’1,6% in Italia, e la componente straniera è aumentata del 22,3%, contro il 4,6% in Italia. Gli arrivi di tante famiglie giovani hanno fatto volare i consumi, che in Italia rimangono stagnanti.

In un contesto così virtuoso non potevano mancare gli investimenti cinesi ad alto valore aggiunto: l’arrivo di Chery, che ha installato a Cornellà de Llobregat, in Catalogna, il proprio quartier generale, un centro operativo e un polo di ricerca e sviluppo, all’insegna di “un impegno a lungo termine”, ha consolidato la posizione della Spagna come uno dei Paesi più attrattivi per gli investimenti automotive e lo sviluppo della mobilità elettrificata. La Cina è anche il primo partner commerciale della Spagna fuori dai confini europei.

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