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Perché il petrolio non è arrivato a 200 dollari al barile dopo tre mesi dalla chiusura di Hormuz

(reuters)

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Un mix di fattori, e le mosse delle superpotenze, hanno sorpreso gli analisti. Ma la “tregua” sui prezzi ha un costo. Ed è a tempo
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ROMA – La chiusura dello stretto di Hormuz raggiunge i 100 giorni e la possibilità di un accordo non sembra più o meno vicino di una settimana o un mese fa. Non è un caso che quando gli Stati Uniti hanno appoggiato l’operazione militare di Israele contro l’Iran la prima mossa di Teheran è stata stringere il cappio sulla rotta da cui passano 20 milioni di barili di greggio al giorno, necessari a soddisfare la domanda del 20% del consumo globale. L’obiettivo dell’Iran era far schizzare il prezzo del petrolio in tutto il mondo, mettere sotto pressione gli Stati Uniti, costringere i nemici al tavolo delle trattative. Nei primi giorni, i prezzi hanno superato i 140 dollari al barile, poi si sono stabilizzati e “normalizzati”, con Brent e Wti che oscillano intorno ai 100. Nonostante tra gli analisti ci fosse unanime consenso: con la chiusura dello stretto di Hormuz, il petrolio può salire sopra i 200 dollari. Tre mesi dopo, quelle stime sembrano esagerate ma la “tregua” sui prezzi ha un cos…

ROMA – La chiusura dello stretto di Hormuz raggiunge i 100 giorni e la possibilità di un accordo non sembra più o meno vicino di una settimana o un mese fa. Non è un caso che quando gli Stati Uniti hanno appoggiato l’operazione militare di Israele contro l’Iran la prima mossa di Teheran è stata stringere il cappio sulla rotta da cui passano 20 milioni di barili di greggio al giorno, necessari a soddisfare la domanda del 20% del consumo globale. L’obiettivo dell’Iran era far schizzare il prezzo del petrolio in tutto il mondo, mettere sotto pressione gli Stati Uniti, costringere i nemici al tavolo delle trattative. Nei primi giorni, i prezzi hanno superato i 140 dollari al barile, poi si sono stabilizzati e “normalizzati”, con Brent e Wti che oscillano intorno ai 100. Nonostante tra gli analisti ci fosse unanime consenso: con la chiusura dello stretto di Hormuz, il petrolio può salire sopra i 200 dollari. Tre mesi dopo, quelle stime sembrano esagerate ma la “tregua” sui prezzi ha un costo. Ed è a tempo.

Pechino ha meno fame

La via persica del petrolio – e del gnl – sfama prevalentemente i Paesi asiatici e l’Estremo Oriente. L’Europa è meno esposta a questa rotta, almeno direttamente: con la chiusura di quel passaggio, i Paesi che rimangono a secco delle forniture si rivolgono altrove e il prezzo sale globalmente. Il più esposto ai rifornimenti iraniani è la Cina: si stima che il 90% delle esportazioni iraniane di petrolio siano dirette nel Paese, passando per l’Oceano Indiano ed arrivando nel Mar Cinese meridionale. Per Ubp, quasi il 30% delle sue importazioni di Gnl proviene da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, ecirca il 40% delle sue importazioni di petrolio passa attraverso Hormuz.

Ciò non vuol dire sia il Paese più vulnerabile. Dall’inizio del conflitto, Pechino ha diminuito la domanda, riducendo le importazioni di greggio del 40%. Ha così deciso di intaccare le sue enormi riserve strategiche per non acquistare petrolio a prezzi elevati. Così facendo, ha indirettamente contribuito a stabilizzare i prezzi, abbassando la domanda sul mercato. La mossa cinese però è a tempo: le riserve, pur abbondanti, non sono infinite, E sono state accantonate per rispondere a una crisi, non per essere attinte a tempo indeterminato. Senza contare che passata l’emergenza – ma quando? – dovranno essere ricostituite.

Gli Usa ne approfittano

E mentre l’Iran chiudeva i rubinetti, Washington li apriva. Se da una parte Pechino ha contribuito a contenere la domanda globale, gli Stati Uniti hanno agito sull’offerta. A maggio le esportazioni americane di greggio e carburanti sono state superiori di oltre 2 milioni di barili al giorno rispetto alla media dell'intero anno precedente. L'amministrazione Trump ha anche promesso di rilasciare 172 milioni di barili dalla riserva strategica, con lo stesso obiettivo. E finora ha aumentato la disponibilità di greggio sul mercato a un ritmo che pochi ritenevano possibile. Quasi la metà dei barili rilasciati è stata inviata in Europa e in altre destinazioni estere. Ma a un prezzo: in una sola settimana del mese scorso le riserve sono diminuite di 1,4 milioni di barili al giorno.

Le strategia utilizzate finora hanno rallentato o nascosto gli effetti deleteri della chiusura di Hormuz, ma sono a tempo. "Ogni settimana che passa il sistema si restringe di 70-80 milioni di barili. Non si può andare avanti così per sempre – ha dichiarato Greg Sharenow, responsabile del team di investimenti nelle materie prime di Pacific Investment Management Co. (Pimco) a Bloomberg – nei prossimi mesi, a essere generosi, ci si troverà di fronte a un sistema che potrebbe perdere flessibilità perché le riserve di sicurezza sono state fortemente erose”.

Gli altri fattori

A contribuire a tenere i prezzi del petrolio lontano dai 200 dollari al barile e intorno ai 100 c’è stata la decisione dell’Aie di attingere alla riserva strategica in via eccezionale, ma non solo. Seppur chiuso, dallo stretto continuano a passare le navi cisterna: il traffico è ridotto al minimo, ma qualche petroliera riesce comunque a portare i rifornimenti fuori dal Golfo Perisco. Secondo fonti Bloomberg, negli ultimi due mesi sarebbero transitate da Hormuz circa 1.000 navi commerciali, in entrambe le direzioni. I Paesi arabi hanno poi attivato le rotte alternative: l’oleodotto saudita East-West ha trasferito parte del commercio sul Mar Rosso, gli Emirati Arabi Uniti hanno convogliato il greggio verso il porto di Fujairah, al di fuori del Golfo.

“Come requisito minimo per parlare di una ripresa significativa, credo che dovremmo vedere per un'intera settimana una media di 20 navi al giorno, e ciò non è realistico finché non verrà raggiunto un accordo duraturo tra Stati Uniti e Iran, che continua a essere rinviato”, ha dichiarato Pavel Molchanov, analista di Raymond James, a Bloomberg. Il sistema internazionale ha dimostrato di poter far a meno della rotta di Hormuz per 100 giorni, riadattandosi. Ma non ha trovato una soluzione alternativa a quella via, ha solo preso tempo. E non è dato sapere quanto ne resti fino a quando gas e petrolio raggiungano prezzi fuori controllo.

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