Sironi (Airc): “Aver alzato il tetto del cinque per mille premia la ricerca”
di Cenzio Di ZanniROMA – Il primo effetto c’è e si vede. «Abbiamo ottenuto 11 milioni di euro in più da destinare ai nostri ricercatori». Andrea Sironi, 62 anni, presidente di Generali e della Bocconi, da cinque anni è alla guida di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro. Da economista sa quanto l’aver innalzato il tetto del 5x1.000 da 525 a 610 milioni con l’ultima manovra abbia dato ossigeno alla scienza. «Anche perché — osserva — essendo Airc il principale beneficiario di questi fondi siamo stati tra i più penalizzati in passato».
La sua fondazione è in testa alla classifica anche quest’anno con 82,7 milioni di euro.
«Un risultato insperato, frutto di chi sceglie di devolvere una parte dell’Irpef a Airc, ma anche dell’innalzamento di quel tetto, appunto. Fino all’anno scorso, i fondi che il contribuente sceglieva di devolvere alla ricerca scientifica più in generale, senza optare per un ente specifico, venivano ripartiti proporzionalmente tra le realtà accreditate ma soltanto fino a un totale di …
ROMA – Il primo effetto c’è e si vede. «Abbiamo ottenuto 11 milioni di euro in più da destinare ai nostri ricercatori». Andrea Sironi, 62 anni, presidente di Generali e della Bocconi, da cinque anni è alla guida di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro. Da economista sa quanto l’aver innalzato il tetto del 5x1.000 da 525 a 610 milioni con l’ultima manovra abbia dato ossigeno alla scienza. «Anche perché — osserva — essendo Airc il principale beneficiario di questi fondi siamo stati tra i più penalizzati in passato».
La sua fondazione è in testa alla classifica anche quest’anno con 82,7 milioni di euro.
«Un risultato insperato, frutto di chi sceglie di devolvere una parte dell’Irpef a Airc, ma anche dell’innalzamento di quel tetto, appunto. Fino all’anno scorso, i fondi che il contribuente sceglieva di devolvere alla ricerca scientifica più in generale, senza optare per un ente specifico, venivano ripartiti proporzionalmente tra le realtà accreditate ma soltanto fino a un totale di 525 milioni».
Il resto andava all’erario.
«Esatto. La riforma varata con l’ultima legge di bilancio consente invece di rispettare la volontà del contribuente. A questo risultato si è arrivati con un’azione congiunta, un grande lavoro di squadra: ci ha aiutati anche il Quirinale».
Il Quirinale?
«Sì, lo scorso ottobre, nell’annuale celebrazione dei Giorni della ricerca, il presidente Mattarella ha condiviso la necessità di rivedere il tetto ai fondi. È stato un contributo importante perché governo e parlamento modificassero quelle norme».
È tempo di 730. Cosa spinge l’Airc in vetta ai beneficiari del 5x1.000?
«Tre fattori. Primo: la fiducia degli italiani, un patrimonio costruito in oltre sessant’anni di storia della fondazione. Noi sediamo sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto, con una grande responsabilità: tutelare la reputazione di Airc. L’ho avvertita molto nell’accettare questo incarico».
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E poi?
«L’efficienza. Di tutti i fondi raccolti, sia con le dichiarazioni dei redditi sia con le donazioni o gli eventi — dall’azalea alle arance della salute — i costi della raccolta incidono per il 15%. Se consideriamo quelli di tutta la fondazione arriviamo al 18, contro una media europea tra il 20 e il 25%».
Significa che per ogni euro donato...
«Ottantadue centesimi vanno a finanziare la ricerca. Poi naturalmente c’è il rigore».
In che senso?
«Ogni progetto viene sottoposto a tre dei 600 esperti indipendenti sparsi per il mondo, per essere poi valutati dal nostro comitato tecnico-scientifico. Almeno il 40% dei progetti che riceviamo meriterebbe un investimento, ma riusciamo a finanziarne solo il 20%. Per questo è importante donare. Per capirlo basti sapere che, secondo il Censis, la sola Airc finanzia il 70% della ricerca oncologica indipendente in Italia».
Lasciamo da parte i numeri. Quanto Andrea Sironi crede nella ricerca?
«Senza la ricerca non sarei qui. Ho avuto diversi trapianti di fegato e sperimentato sulla mia pelle quanto sia importante. Così quando il mio predecessore, Pier Giuseppe Torrani, me l’ha proposto, mi sembrava doveroso accettare questo incarico. Il resto l’ha fatto mia moglie Bonnie, che mi ha spronato ad accettare. Poi c’è anche un’altra ragione affettiva: mio padre Gianpiero, che è un genetista, ha insegnato all’Università Statale di Milano».
Lei è cresciuto a pane e microscopi.
«In un certo senso sì. Con la mia famiglia l’abbiamo seguito in giro per il mondo: ero bambino quando ci siamo trasferiti a Berkeley, nel ’68, oppure in Svezia, per esempio».
In questo percorso da economista in prima linea contro il cancro, qual è la cosa che la inorgoglisce di più?
«Le parole di Pietro, il primo dei miei tre figli con Enrico e Matteo. Oggi ha trentadue anni e qualche tempo fa, dopo una giornata al Colle, mi ha detto: “Papà, di tutte le cose che fai questa è la più bella”».