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L’ultimo no di Berlino: “Restiamo in Commerzbank, il prezzo non è giusto”. Ma Unicredit sale al 55%

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La Germania non darà all’Ops il 12% rimasto dal salvataggio pubblico. L’azione italiana sale in Borsa: Orcel ha ormai il controllo e senza rilanci, ora potrebbe concentrarsi sul risiko italiano
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MILANO/BERLINO – L’ennesimo “nein” a Unicredit arriva dal governo Merz, che detiene ancora il 12% di Commerzbank.

Un comunicato dell’Agenzia federale delle finanze ha sottolineato ieri che l’offerta pubblica «non è economicamente accettabile» perché proporrebbe un premio troppo basso. Una comunicazione, accompagnata dal solito mantra di un «approccio aggressivo» di Unicredit e del «ruolo vitale» di Commerz nel finanzire le pmi, che arriva - non a caso - a poche ore dalla scadenza della prima fase dell’Ops: e si risolve in un chiaro suggerimento agli altri investitori a non vendere.

A Francoforte, intanto, sono convinti che la partita che non sia finita, né che la conquista possa essere data per scontata. Però si percepisce la frustrazione crescente dei…

MILANO/BERLINO – L’ennesimo “nein” a Unicredit arriva dal governo Merz, che detiene ancora il 12% di Commerzbank.

Un comunicato dell’Agenzia federale delle finanze ha sottolineato ieri che l’offerta pubblica «non è economicamente accettabile» perché proporrebbe un premio troppo basso. Una comunicazione, accompagnata dal solito mantra di un «approccio aggressivo» di Unicredit e del «ruolo vitale» di Commerz nel finanzire le pmi, che arriva - non a caso - a poche ore dalla scadenza della prima fase dell’Ops: e si risolve in un chiaro suggerimento agli altri investitori a non vendere.

A Francoforte, intanto, sono convinti che la partita che non sia finita, né che la conquista possa essere data per scontata. Però si percepisce la frustrazione crescente dei banchieri sotto scacco verso un governo che, malgrado i numerosi richiami e rimbrotti contro Unicredit, non ha mosso un dito. L’auspicio è che se e quando si tratterà di negoziare sul 12% ancora in mano a Berlino, Merz sia in grado di ritagliarsi un margine per chiedere qualcosa in cambio. Ieri il comunicato delle Finanze faceva riferimento a Commerz come realtà cruciale per il «centro finanziario di Francoforte»: chissà che la questione del quartier generale non torni in ballo, un domani.

Intanto in Borsa l’azione italiana ha surclassato la rivale tedesca: Unicredit +4,17% a 77,68 euro, +0,09% Commerz a 36,3 euro, con l’indice Stoxx banche su dell’1,64%. L’andamento differenziato porta il concambio dell’Ops italiana a premio del 3,6% sulla quotazione di Commerz.

Gli operatori spiegano i due grafici con il fatto che l’ad Andrea Orcel si è assicurato il controllo dell’assemblea rivale, e senza il bisogno di rilanciare sul prezzo. Ciò ha diversi effetti, tutti inclini a spingere l’azione italiana a scapito di quella tedesca. Intanto con lo 0,5% racimolato ieri le adesioni all’Ops salgono al 12,41%, e la partecipazione di Unicredit va al 39,18%. Poi ci sono i derivati già sottoscritti, che possono portare gli italiani al 55,6% virtuale. Dato che ci sono altre due settimane per aderire all’Ops, a luglio Unicredit potrà “scegliere” la quota che vuole detenere, e regolare - o riscadenziare - i derivati di conseguenza. Comunque garantendosi il controllo, per tenere sotto scacco i manager guidati da Bettina Orlopp, che in futuro Unicredit potrà sostituire a piacimento, imponendo «un nuovo assetto che consentirebbe una strategia volta alla creazione di valore di lungo periodo - ha scritto la banca lunedì -, rafforzando Commerz specie nel mercato domestico tedesco, e posizionandola in modo competitivo per il futuro».

Per Orcel sarebbe una “pausa strategica” sul fronte tedesco, per accendere un fuoco lento sotto i manager e sgonfiare le speculazioni su Commerz in Borsa. Ma soprattutto, il tempo e i miliardi risparmiati consentirebbero a Orcel di ricollocarsi sul risiko italiano, dove Unicredit è in difficoltà per l’offerta da 31 miliardi su Mps lanciata dalla rivale Intesa Sanpaolo. Le opzioni reali rimaste a Unicredit sono poche: o riaprire il dossier Banco Bpm, naufragato un anno fa per il veto del governo, o fare rotta verso Trieste, cercando una fusione amichevole con Generali, che metta al riparo il Leone e il suo ad Philippe Donnet dalle mire di Intesa Sanpaolo.

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