Barilla: “Le imprese del cibo si sono adattate alle crisi ma ora serve più innovazione”
di Raffaele RicciardiPaolo Barilla, presidente dell’Unione italiana food, ha appena chiuso l’assemblea annuale dell’associazione con le sue 530 aziende e 62 miliardi di fatturato. Un gruppo di imprese che “resiste” con un export di 25 miliardi nel 2025 (+9,2%) tra tensioni geopolitiche.
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha avvisato che l’onda lunga dei rincari energetici da Hormuz non si è ancora vista sugli alimentari, ma arriverà: ci risiamo?
“L’inflazione parte in questo caso dall’energia e arriva ai costi dell’agricoltura, lavorando sottotraccia. Speriamo che gli accordi maturino e gli impatti delle turbolenze della prima parte dell’anno siano più attenuati rispetto a uno scenario di conflitto prolungato”.
Le imprese della trasformazione come stanno reagendo?
Sono l’elemento più flessibile della filiera: in un momento di mercato che già non è particolarmente vivace, reagiscono con la leva delle promozioni per cercare di sostenere le categorie che flettono.
Nonostante ciò, anche le vostre ana…
Paolo Barilla, presidente dell’Unione italiana food, ha appena chiuso l’assemblea annuale dell’associazione con le sue 530 aziende e 62 miliardi di fatturato. Un gruppo di imprese che “resiste” con un export di 25 miliardi nel 2025 (+9,2%) tra tensioni geopolitiche.
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha avvisato che l’onda lunga dei rincari energetici da Hormuz non si è ancora vista sugli alimentari, ma arriverà: ci risiamo?
“L’inflazione parte in questo caso dall’energia e arriva ai costi dell’agricoltura, lavorando sottotraccia. Speriamo che gli accordi maturino e gli impatti delle turbolenze della prima parte dell’anno siano più attenuati rispetto a uno scenario di conflitto prolungato”.
Le imprese della trasformazione come stanno reagendo?
Sono l’elemento più flessibile della filiera: in un momento di mercato che già non è particolarmente vivace, reagiscono con la leva delle promozioni per cercare di sostenere le categorie che flettono.
Nonostante ciò, anche le vostre analisi dimostrano che le famiglie con figli faticano più di ogni altro elemento della società negli acquisti…
Il consumo è sempre più diviso. Da una parte una fascia che attinge da un basket di beni in cui le esigenze primarie e secondarie sono sempre più fluide: è attenta al benessere, consapevole, interpreta il cibo non solo come “mangio meglio” ma come un vero e proprio strumento di salute. Una fascia che diventa più numerosa con la longevità. Purtroppo, le famiglie si stanno dimostrando i nuclei più esposti. Anche per questo abbiamo voluto mettere al centro la sfida della denatalità come una questione urgente da affrontare con le istituzioni.
In che modo?
Manca una capacità di immaginare il futuro che viene solo da istituzioni lungimiranti. Non basta impegnarsi a “ridurre i problemi” nel breve periodo, ma costruire una prospettiva di lungo. Duole vedere, come emerso in assemblea, che non siamo più attrattivi per i giovani, anche nel confronto con Paesi a noi vicini, e anzi li perdiamo. Ci sono realtà asiatiche, penso alla Corea del Sud citata dal Rettore della Bocconi, Francesco Billari, che nei decenni hanno progettato e costruito il Paese che volevano essere e ora sono quelli con il tasso di laureati tra i più alti. Senza un progetto e un desiderio di conquistarlo, non succede.
Certo il quadro geopolitico cozza con la progettualità. A proposito, come va con i dazi Usa?
Le imprese hanno assorbito il costo e ciò non può tenere alla lunga. Ma il nuovo corso è questo: un mondo imprevedibile. Il fatto di avere una filiera composita è un aiuto: ci sono grandi aziende "ambasciatrici" e piccole che riescono ad andare a occupare le nicchie grazie alla reputazione di cui gode il prodotto italiano. Gli Usa sono e restano un mercato importante, ma non ci si può limitare alle prese sicure.
Preoccupa anche la recente tensione con la Casa Bianca?
Bisogna guardare oltre i fenomeni politici, e le nostre aziende lo dimostrano. La filiera del cibo ha capacità di adattamento, maggiore agilità rispetto ad altri comparti. A fronte di un mercato interno difficile, la crescita continuerà a venire dall’estero guardando a tutte le geografie. In questo l’innovazione è fondamentale.
In che senso?
È un binario parallelo alla tradizione. Noi siamo stati nei decenni attenti a puntellare il nostro recinto, ma guai se la difesa della cultura blocca l’innovazione. Dalle Dop alle Igp, abbiamo difeso le nostra fondamenta ma adesso serve un passo successivo. Celebriamo nel mondo la cucina italiana come Patrimonio Unesco, ma deve essere in grado di seguire l’evoluzione a livello globale. Penso all’Italian sounding: è un fenomeno da combattere ma non censurandolo, bensì andando a occupare quel pezzo di domanda di made in Italy che evidentemente c’è. Dobbiamo esser bravi a sostituire quei prodotti con i nostri originali, di qualità. Ed è qui che serve la progettualità istituzionale, oltre alla capacità di innovare delle imprese.