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Pascal Lamy: “Trump usa i dazi come un coltellino svizzero, ma in autunno rischia”

(afp)
L’ex commissario europeo al Commercio analizza le tensioni, i rapporti di forza e gli scambi tra Bruxelles e Washington: “Se i repubblicani perdessero, il presidente sarebbe bloccato e finirebbe inevitabilmente sotto la pressione di un nuovo impeachment”
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MILANO – La relazione tra Europa e Stati Uniti è oggi fortemente dominata dalla questione ucraina. È questo che permea l’insieme dei dossier geoeconomici, geostrategici e geopolitici. Anche l’accordo di Turnberry sui dazi, raggiunto circa un anno fa, si giustificava soltanto per ragioni geopolitiche». A ridimensionare così il peso delle controversie commerciali è un uomo che di scambi internazionali si occupa da una vita. Pascal Lamy, oggi coordinatore della rete dei think tank Jacques Delors, è stato commissario europeo al Commercio dal 1999 al 2004 e direttore generale della Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, dal 2005 al 2013. Eppure, nella gerarchia che propone, dazi, esportazioni e quote di mercato vengono dopo l’Ucraina e il futuro della Nato.

Partiamo proprio dall’accordo di Turnberry. La reazione europea ai dazi americani non è stata troppo debole?

«No. Al momento l’Europa ha limitato i danni, anche se pagando un prezzo molto importante. Abbiamo soprattutto evitato c…

MILANO – La relazione tra Europa e Stati Uniti è oggi fortemente dominata dalla questione ucraina. È questo che permea l’insieme dei dossier geoeconomici, geostrategici e geopolitici. Anche l’accordo di Turnberry sui dazi, raggiunto circa un anno fa, si giustificava soltanto per ragioni geopolitiche». A ridimensionare così il peso delle controversie commerciali è un uomo che di scambi internazionali si occupa da una vita. Pascal Lamy, oggi coordinatore della rete dei think tank Jacques Delors, è stato commissario europeo al Commercio dal 1999 al 2004 e direttore generale della Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, dal 2005 al 2013. Eppure, nella gerarchia che propone, dazi, esportazioni e quote di mercato vengono dopo l’Ucraina e il futuro della Nato.

Partiamo proprio dall’accordo di Turnberry. La reazione europea ai dazi americani non è stata troppo debole?

«No. Al momento l’Europa ha limitato i danni, anche se pagando un prezzo molto importante. Abbiamo soprattutto evitato che Trump, in uno dei suoi soliti sbalzi d’umore, potesse dire: “Se è così, vi lascio soli in Ucraina”. Sul piano dei principi l’accordo era inaccettabile e poneva problemi anche rispetto ai nostri obblighi commerciali. Ma la ragione principale per accettarlo era geopolitica».

Il prezzo economico, però, esiste.

«Paghiamo un prezzo in termini di perdita di quote sul mercato americano, corrispondente all’aumento dei dazi. Ma non è questo l’aspetto più drammatico della relazione. Se gli americani abbandonassero oggi l’Ucraina, noi europei non saremmo abbastanza forti per assicurarne da soli la difesa».

L’altro grande tema che vede?

«La riforma della Nato e la capacità degli europei di assicurare la propria autonomia strategica, costruendo un vero pilastro europeo dell’Alleanza. Soprattutto alla luce dei segnali molto ambigui ricevuti dagli Stati Uniti. Ucraina e riforma della Nato sono le due questioni dominanti. Le controversie commerciali e regolatorie vengono dopo».

Tra queste controversie c’è però ora il caso Google. Di che tipo di scontro si tratta?

«È la conseguenza di una divergenza regolatoria tra americani ed europei, come accade in generale per il digitale e in numerosi altri settori. Non esiste un accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti proprio perché i nostri sistemi regolatori non sono compatibili. In alcuni ambiti possono diventare interoperabili, come accade per la finanza, ma restano due sistemi profondamente differenti».

Ma perché una decisione europea su Google si trasforma in una minaccia di nuovi dazi?

«Trump interpreta la regolamentazione europea come il tentativo dei poveri europei di mettere le mani nelle tasche delle ricche imprese americane. È una reazione del tutto prevedibile: considera i dazi il coltellino svizzero dell’economia del XXI secolo, uno strumento da utilizzare per qualsiasi problema. È una concezione risibile, ma lui è fatto così. Prima decide la minaccia commerciale, poi chiede ai suoi collaboratori di trovare una base giuridica».

È qui che entrano in gioco i nuovi dazi legati alla Section 301 e alla Section 302 del Trade Act, appena annuciati.

«Sì. La prima base giuridica utilizzata dall’amministrazione Usa per imporre i dazi non aveva alcun senso, come del resto si è visto dalle decisioni dei tribunali. Trump si è quindi affrettato a ricorrere alla Section 301 e alla Section 302, che lasciano all’esecutivo un margine di valutazione molto più ampio. Certo, lo stesso ricorso alla 301 sul lavoro forzato è ridicolo, se si confrontano le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro ratificate dagli Usa con quelle ratificate dai Paesi presi di mira».

I giudici americani possono fermarlo anche in questo caso?

«Ci saranno certamente dei contenziosi, ma saranno più complicati. Bisognerà dimostrare che la valutazione dei fatti sulla quale il governo ha fondato il dazio è sbagliata. Un giudice può censurare un’interpretazione manifestamente errata. Se l’errore non è manifesto, intervenire è più difficile».

Le elezioni di metà mandato possono azzoppare Trump?

«Sì, anche se l’esito resta aleatorio, considerate le manipolazioni in corso sulle circoscrizioni elettorali e riguardo alle regole su chi possa votare, quando e come. C’è una zona grigia inquietante. Se i repubblicani perdessero seriamente, e non soltanto alla Camera, Trump sarebbe bloccato e finirebbe inevitabilmente sotto la pressione di una nuova procedura di impeachment. Però molte procedure di destituzione non arrivano in fondo».

Eppure lei alla fine definisce la tensione commerciale con gli Usa un problema piccolo per l’Europa. Perché?

«Se Trump continuerà a mettere dazi del 5 o del 10% saranno soprattutto i consumatori americani a pagare di più e noi perderemo qualche quota di mercato. È un problema, ma nella gerarchia delle grandi questioni resta quello minore, di fonte a un problema medio e a uno grande».

Qual è il problema medio?

«La Wto, che è male organizzata e spesso non riesce a prendere decisioni. Molto tempo fa la definii un’organizzazione medievale e rimango largamente di quell’opinione. Bisognerebbe riequilibrare il potere degli Stati membri con quello del segretariato e del direttore generale».

E il problema grande?

«Naturalmente la Cina. Gli europei hanno complessivamente un surplus commerciale con l’estero e sono competitivi con quasi tutti, ma non con la Cina. Pechino ha acquisito vantaggi comparati lungo quasi tutta la catena industriale: produce circa il 30% dei manufatti mondiali e ne consuma soltanto il 15%.Possiamo utilizzare strumenti antidumping e antisovvenzione, ma contro singoli settori, ma restiamo vincolati alla regola della non discriminazione della Wto che impedisce di azionare una clausola di salvaguardia verso un intero Paese. È questa la vera difficoltà».

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