Economia

La Fed lascia i tassi invariati. Scelta non unanime. “Economia resiliente, anche se inflazione alta”

Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve
Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve (reuters)

La banca centrale americana non alza il costo del denaro, in linea con le previsioni della vigilia. I valori di riferimento restano fra il 3,5 e il 3,75%

2 minuti di lettura

NEW YORK – Stretta tra l'inflazione persistente alimentata dalla guerra in Iran e le pressioni di Donald Trump, che da tempo chiede di abbassare i tassi per stimolare l’economia, la Federal Reserve americana, la Banca Centrale, cioè, sceglie lo status quo: mantenendo gli interessi nell’attuale forchetta tra il 3,50% e il 3,75% anche se “in caso di necessità non esiteremo ad agire”. È la decisione annunciata ieri dal neo presidente Kevin Warsh: l’ex consigliere economico di George W. Bush, considerato un falco pragmatico e convinto sostenitore dell’Intelligenza Artificiale come fonte di guadagni, scelto a maggio dalla Casa Bianca come successore di Jerome Powell con cui il presidente si è scontrato per otto anni, ostile alle sue politiche, giudicate troppo prudenti. La decisione è stata presa 9 a 3: «battaglia in famiglia», l’ha definita Warsh, coi dissenzienti (Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas) convinti della necessità di un rialzo, per contrastare un'inflazione che supera l'obiettivo del 2% fissato dalla Fed cinque anni fa. Warsh, che all’interno dell’istituzione è percepito come figura divisiva, ha annunciato la decisione con un comunicato striminzito, fotocopia di quello dello scorso giugno: “Il Comitato continua la sua politica di mantenimento di ampie riserve nel sistema bancario”. Chiarendo poco dopo in conferenza stampa: “L'economia mostra un’impressionante resilienza nonostante i recenti choc e la crescita è solida anche se l'inflazione è alta”.

L’uomo presentatosi come il fautore di un “regime change”, cambio di regime, convinto che negli ultimi anni si è guardato ai rischi futuri con poca flessibilità, irrigidendosi su impegni presi in anticipo, è stato pressato dal presidente fino all’ultimo. Solo lunedì Trump ha affermato che “il rapporto sull'inflazione è molto positivo” e “i costi sono in rapido calo”: ribadendo la necessità del taglio che chiede da anni. Ma la realtà è che l'inflazione americana è tornata a salire negli ultimi mesi, principalmente a causa della guerra in Iran. A maggio lo strumento cruciale della Fed, l'indice Pce - l’indicatore Usa che misura l'aumento medio dei prezzi per i consumi personali interni – ha raggiunto il 4,1%: su di 0,3 punti rispetto ad aprile e di 1,2 punti rispetto a febbraio (i dati di giugno, invece, saranno pubblicati domani). Da allora, i prezzi dell'energia, principale motore dell’impennata inflazionistica, sono altalenati in base alle fasi del conflitto. Rimanendo significativamente alti e, appunto, estremamente volatili. Per gli analisti l'inflazione – verso cui pure Warsh ha detto di avere “tolleranza zero: non esiste un obiettivo di inflazione “morbido”, l’unico traguardo è il 2%” - è legata al prezzo dell'energia: e questa la fa considerare “temporanea”.

Tanto più che il mercato del lavoro, anche quello cruciale alla decisione, resta solidamente basso, al 4,2. Mantenere i tassi invariati lascia aperte diverse opzioni, dando al comitato il tempo di valutare l’evoluzione dell’economia e rimandando la decisione su ulteriori ritocchi a settembre. Sempre sperando in un rallentamento della svalutazione nella seconda metà dell'anno. Certo, l'inazione mette sotto pressione il presidente della Fed, che dovrà spiegare perché il mancato intervento è compatibile con l’approccio da lui teorizzato finora. Ma Trump, anziché sentirsi tradito, già attribuisce la responsabilità ad altri membri del Fomc, il comitato che prende le decisioni, da lui bollato come “particolarmente politicizzato”: “So cosa vuole fare Kevin, ma ha bisogno dell'accordo di certe persone che invece hanno cattive intenzioni".

I commenti dei lettori