MILANO – I francesi del Crédit Agricole fanno saltare l’operazione Mps-Banco Bpm. Con un cda tenutosi ieri pomeriggio la banca milanese «ha deliberato, all’unanimità, di interrompere le consultazioni in merito alla potenziale aggregazione dandone contestuale comunicazione a Mps». E a cascata Mps «prende atto delle considerazioni formulate in data odierna da Crédit Agricole e della posizione successivamente espressa» dal cda di Banco Bpm.
In effetti lo stop di Bpm è arrivato qualche ora dopo l’entrata a gamba tesa di Olivier Gavalda, ceo del Crédit Agricole, che ha posto seri dubbi sulla fattibilità di quell’operazione.
«Non abbiamo ricevuto alcun progetto, nè alcuna informazione su una potenziale fusione tra Mps e Bpm - ha detto Gavalda prima di parlare con gli analisti dei conti semestrali - di conseguenza non siamo in grado di dire se questo progetto potrebbe creare valore per gli azionisti di Piazza Meda». E poco dopo, dalla Banque Verte, arrivava un messaggio ancora più forte: «Con il 29,3% del capitale di Bpm, siamo indispensabili. Questo significa che nulla può essere fatto contro di noi o senza di noi. Ma ovviamente non siamo gli unici a prendere le decisioni».
L’idea di tornare a ripresentare un’ipotesi di aggregazione tra Mps e Bpm era stata resa pubblica il 7 giugno scorso, una domenica pomeriggio, quando il board di Bpm decise di inviare una lettera al consiglio di Mps in cui ipotizzava una fusione alla pari. Ma questa avance semplicemente voleva anticipare l’altra mossa imminente che era nell’aria, e che è arrivata la sera di quella stessa domenica, per mano di Intesa Sanpaolo. La prima banca del paese guidata da Carlo Messina ha lanciato un’Opas da oltre 30 miliardi sulla totalità del capitale di Mps ipotecando il controllo non solo della banca senese ma anche di quello di Mediobanca e Generali. Al suo fianco entrava in gioco anche la Unipol controllata dalle cooperative rosse diposta ad assorbire la metà degli sportelli di Siena da far confluire nel secondo polo bancario con la Bper.
Da quel momento in poi è iniziato un tira e molla tra Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, e Luigi Lovaglio, ceo di Mps, per cercare di costruire un’operazione alternativa a quella messa in campo da Intesa, impresa assai difficile. Castagna pensava che i suoi azionisti francesi, determinanti per la sua riconferma al vertice della banca, l’avrebbero seguito nell’abbraccio con Mps. Ma Gavalda, ieri, per la prima volta, ha mostrato il suo vero volto, anche al governo italiano che fin qui l’ha assecondato. «Ad oggi, non abbiamo ancora chiesto alla Bce l’autorizzazione ad assumere il controllo di Banco Bpm», ha detto la deputy general manager di Crédit Agricole Clotilde L’angevin. «Naturalmente uno degli scenari preferiti per noi sarebbe una fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia, che ci permetterebbe anche di rafforzare la nostra presenza in Italia, dove vogliamo davvero crescere».
Insomma, i francesi vogliono prendere il controllo di Banco Bpm, la banca più forte nell’area più ricca del paese (Lombardia e Veneto) senza neanche lanciare un’Opa, ma semplicemente aggregando le attività italiane conquistate nel corso degli anni. Un risultato che oggi sembra a portata di mano grazie anche al comportamento del governo italiano, e in particolare del ministro Giancarlo Giorgetti, che nel 2025 ostacolò con tutte le sue forze l’offerta lanciata da Unicredit su Banco Bpm, favorendo al contempo la crescita dei francesi nel capitale del Banco dal 9% fino all’odierno 29,3%