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Webuild scivola a Piazza Affari: timori per i costi delle opere

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Il titolo perde quasi l’8% a causa delle indiscrezioni su una richiesta di 22 miliardi aggiuntivi al governo. Dal gruppo esposto alla Consob
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MILANO – Aspettando il Ponte sullo Stretto che - forse - verrà, una scossa tellurica la incassa intanto il suo principale appaltatore, Webuild. Il colosso delle costruzioni ieri ha lasciato sul terreno il 7,96% a Piazza Affari. Un colpo arrivato in scia all’indiscrezione pubblicata dal Fatto Quotidiano, secondo cui l’amministratore delegato della società Pietro Salini avrebbe chiesto al governo fino a 22 miliardi aggiuntivi per le grandi opere su cui è al lavoro. Ricostruzioni numeriche che l’azienda ha respinto al mittente con energia, prima parlando di una «notizia destituita da ogni fondamento», poi annunciando anche la presentazione di un esposto in Consob per la diffusione di notizie «false e fuorvianti con impatto distorsivo sul titolo». Le note confermano le richieste della società ma la cifra citata rappresenterebbe solo un punto di partenza contabile. L’azienda ha infatti iscritto nei registri di contabilità riserve per 22 miliardi di euro. Si tratta di maggiori importi rive…

MILANO – Aspettando il Ponte sullo Stretto che - forse - verrà, una scossa tellurica la incassa intanto il suo principale appaltatore, Webuild. Il colosso delle costruzioni ieri ha lasciato sul terreno il 7,96% a Piazza Affari. Un colpo arrivato in scia all’indiscrezione pubblicata dal Fatto Quotidiano, secondo cui l’amministratore delegato della società Pietro Salini avrebbe chiesto al governo fino a 22 miliardi aggiuntivi per le grandi opere su cui è al lavoro. Ricostruzioni numeriche che l’azienda ha respinto al mittente con energia, prima parlando di una «notizia destituita da ogni fondamento», poi annunciando anche la presentazione di un esposto in Consob per la diffusione di notizie «false e fuorvianti con impatto distorsivo sul titolo». Le note confermano le richieste della società ma la cifra citata rappresenterebbe solo un punto di partenza contabile. L’azienda ha infatti iscritto nei registri di contabilità riserve per 22 miliardi di euro. Si tratta di maggiori importi rivendicati o stimati in relazione all’esecuzione dei contratti, per esempio per lavorazioni aggiuntive, varianti, maggiori costi o altre contestazioni sorte in corso d’opera.

Non sono però somme che Webuild prevede di incassare automaticamente: gran parte delle riserve è stata sottoposta ai Collegi Consultivi Tecnici, chiamati a pronunciarsi sulle controversie tra impresa e stazione appaltante. Inoltre, ha chiarito sempre Webuild, «l’adeguamento dei quadri economici delle opere ai costi effettivi non è una richiesta dell’impresa: è un obbligo che la normativa sui contratti pubblici pone in capo alle stazioni appaltanti a garanzia del completamento delle opere e della tutela dell’intera filiera». Normale prassi da contratti pubblici insomma. Le rassicurazioni dell’azienda non hanno raffreddato però i timori degli investitori, anche perché la lettera di cui dava conto il Fatto Quotidiano sollevava anche altre questioni, a partire da un possibile fabbisogno di cassa a breve termine per 2,1 miliardi di euro. Importo che, ha sottolineato Webuild, «è direttamente ed esclusivamente collegato alla prosecuzione di quei cantieri in corso di esecuzione per conto della committenza pubblica, e non è legato a necessità di cassa autonome del gruppo nel suo complesso, che invece conferma la guidance 2026».

Numeri a parte, tutti da verificare dal lato del ministero dei Trasporti, per il governo il problema c’è e riguarda tutte le imprese del settore, non solo Webuild, malgrado come abbia ricordato ieri il vice ministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, il gruppo oggi abbia in mano l’85% degli appalti delle grandi opere pubbliche. Il caro materiali ha fatto lievitare i costi per le aziende molto oltre le cifre previste dai contratti iniziali e la fine del Pnrr rischia di lasciare molti progetti senza il flusso di cassa necessario per portare a termine i lavori. Più che una pretesa, quella di Webuild, un campanello di allarme da suonare alla soglia della prossima Legge di Bilancio.

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