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Effetto Covid e guerre, i giovani italiani si scoprono risparmiatori prudenti

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L’84 per cento dei ragazzi tra 18 e 24 anni è contrario al rischio finanziario: pesa il clima di grande incertezza, secondo il rapporto di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi
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MILANO – Fotografia di un Paese che continua a investire, malgrado redditi inchiodati e congiuntura precaria. Ma investe male, con troppe case e pochissima diversificazione del rischio.

Dal rischio si tengono più lontani i giovani: quelli che per carattere e orizzonti temporali dovrebbero rischiare di più. L’84% di chi ha tra 18 e 24 anni avversa il rischio finanziario, contro il 33,6% del campione generale, un livello che comunque costituisce un record (un anno fa era il 20,5%, nel 2017 un infimo 8,1%). E senza rischio, come ha avvisato il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, «non c’è possibilità di rendimento», oltre al fatto che se il denaro non fluisce nelle attività più rischiose e di frontiera – come l’IA – «costruire l’Europa del risparmio», offrendo strumenti e infrastrutture adatti al più grande e maturo mercato al mondo, resterà un sogno.

MILANO – Fotografia di un Paese che continua a investire, malgrado redditi inchiodati e congiuntura precaria. Ma investe male, con troppe case e pochissima diversificazione del rischio.

Dal rischio si tengono più lontani i giovani: quelli che per carattere e orizzonti temporali dovrebbero rischiare di più. L’84% di chi ha tra 18 e 24 anni avversa il rischio finanziario, contro il 33,6% del campione generale, un livello che comunque costituisce un record (un anno fa era il 20,5%, nel 2017 un infimo 8,1%). E senza rischio, come ha avvisato il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, «non c’è possibilità di rendimento», oltre al fatto che se il denaro non fluisce nelle attività più rischiose e di frontiera – come l’IA – «costruire l’Europa del risparmio», offrendo strumenti e infrastrutture adatti al più grande e maturo mercato al mondo, resterà un sogno.

«Possiamo continuare a ritenere il risparmio come una risposta personale all’incertezza, oppure trasformarlo in risorsa strategica per il futuro», ha chiosato il dirigente, la cui banca ha un ruolo interessato e non secondario nell’impresa, dato che è leader nazionale nel risparmio gestito con 1.400 miliardi di masse, e che ha avviato l’acquisizione della rivale Mps per salire a 2.000 miliardi di masse nel 2029 e annettersi il 13,3% di Generali (altro leader nel settore con 1.000 miliardi). «Generali è un grandissimo operatore di cui l’Italia può essere fiera. Noi come investitore puramente finanziario potremmo contribuire alla solidità di questo operatore italiano», ha aggiunto Gros-Pietro.

La ricerca, svolta con il Centro Einaudi su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, analizza le dinamiche e le condotte sottese agli investimenti. Il rapporto tra chi dice di non voler correre rischi e chi invece lo fa – vi si legge – è così basso tra i giovani per le cicatrici dei traumi vissuti nella formazione: pandemia, ritorno dell’inflazione e due guerre in sei anni sono un menu tossico. Tuttavia, «malgrado la volatilità nel 2026, chi dichiara di aver acquistato bond, azioni e fondi negli ultimi 12 mesi supera chi li ha venduti». Il 56% del campione riesce a risparmiare, in media circa l’11,9% del reddito, «il che non è affatto poco», ha chiosato Gros-Pietro, pur se il dato è stabile sull’edizione 2025. La quota sale per i laureati (14,9% del reddito) e i lavoratori indipendenti (20%).

Il risparmio è “indispensabile” per il 28% del totale (ai massimi della serie storica) ed è motivato con prevenzione (40%), sostegno alla pensione (19%), casa (19%), figli (11%). In parte minima, seppure salita «oltre i livelli pre-pandemici» il fine è l’investimento (6%). Per giunta, la casa resta il fulcro della ricchezza familiare, pesando per due terzi del patrimonio medio, di circa 320 mila euro: un italiano su cinque ne ha almeno una. Anche per questo i portafogli nostrani sono «scarsamente o per nulla diversificati per il 72% degli italiani, il contrario di quanto raccomanda la teoria economica». E si crea il paradosso per cui l’avversione al rischio coincide con la sua concentrazione. Un effetto, anche, della carente alfabetizzazione finanziaria: «Solo il 45% degli intervistati conosce le azioni e solo il 36% sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione», informa il rapporto.

I bond (specie del Tesoro) pesano per il 26,6% dei portafogli, e solo il 7,8% ha detenuto azioni da cinque anni. Chi investe mostra, comunque, una relativa soddisfazione, del resto da tre anni i mercati danno gioie a quasi tutti. Ma sono i fondi comuni a registrare la soddisfazione più alta tra i diversi investimenti.

Stare fermi, nel risparmio, significa andare indietro. Ieri Invesco ha stimato che gli italiani hanno perso 192 miliardi in 10 anni per avere tenuto i soldi sui conti correnti anziché investirli. E il nuovo Osservatorio First-Cisl, sempre sul decennio, ha calcolato che la ricchezza in Italia è cresciuta solo del 22,8%, contro il 60,8 dell’Eurozona, l’87% in Germania, il 56,6 in Spagna e il 42% in Francia.

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