ROMA –Continua a crescere di intensità la tempesta globale sui titoli di Stato. A spingere gli investitori a vendere sono da un lato i timori per il crescente impatto dello shock energetico causato dalla guerra in Medio Oriente, che gonfia l’inflazione e porta le banche centrali ad alzare i tassi. E dall’altro i dubbi per la tenuta dell’enorme massa di debito americano, 32 mila miliardi di dollari per i soli titoli del Tesoro. Ieri il rendimento del bond decennale Usa (rendimento che sale quando il prezzo scende) ha toccato il 5,34%, un livello che non si vedeva da quasi 25 anni, prima di ripiegare nella seconda parte della giornata.
Spread ai massimi da due anni
L’impennata di uno dei tassi chiave del mercato mondiale trascina al rialzo anche i costi di finanziamento in molti Pa…
ROMA –Continua a crescere di intensità la tempesta globale sui titoli di Stato. A spingere gli investitori a vendere sono da un lato i timori per il crescente impatto dello shock energetico causato dalla guerra in Medio Oriente, che gonfia l’inflazione e porta le banche centrali ad alzare i tassi. E dall’altro i dubbi per la tenuta dell’enorme massa di debito americano, 32 mila miliardi di dollari per i soli titoli del Tesoro. Ieri il rendimento del bond decennale Usa (rendimento che sale quando il prezzo scende) ha toccato il 5,34%, un livello che non si vedeva da quasi 25 anni, prima di ripiegare nella seconda parte della giornata.
Spread ai massimi da due anni
L’impennata di uno dei tassi chiave del mercato mondiale trascina al rialzo anche i costi di finanziamento in molti Paesi europei: il trentennale britannico ieri è salito ai massimi dal 1998; il decennale francese, Paese oggi percepito come il malato dell’Unione, è arrivato al 4,91% (ai massimi da oltre 20 anni), il nostro Btp al 4,69% (+8 punti base, massimo dalla fine del 2023). Sono scesi invece i tassi del decennale tedesco, comprato come un rifugio sicuro. Il risultato è che lo spread con l’Italia si è allargato a 118 punti base, ben quindici di più in una seduta e il massimo dal gennaio del 2025. Piazza Affari è stata anche la peggiore (-2,21%) insieme a Madrid tra le Borse europee, tutte contagiate nella prima seduta di ottobre dall’umore nerissimo sul fronte del debito.
Peggiorano le prospettive
La causa scatenante di questa ondata di vendite, in decisa accelerazione dalla fine di agosto, è la brusca ridefinizione in peggio delle prospettive per i prossimi mesi. La crisi in Medio Oriente, che si riteneva potesse rientrare entro l’estate, non ha ancora soluzioni in vista. La riduzione delle esportazioni di gas, petrolio (ieri tornato oltre i 100 dollari, +4%) e prodotti raffinati dal Golfo continua a produrre inflazione energetica, che settimana dopo settimana penetra più a fondo nell’economia. La Bce ha già alzato due volte il costo del denaro, gli analisti ora si aspettano che entro il prossimo anno lo farà di almeno un ulteriore punto, e pure la Fed si è mossa sfidando l’ira di Trump. Questo aumento dei tassi fa traballare un mercato del debito già tiratissimo: negli Stati Uniti per le esigenze miliardarie dell’IA che si aggiungono al mega deficit dei conti; in Europa per le politiche di spesa di Paesi come Germania e Francia, pur con tutte le differenze del caso.
Parola di Draghi
Questa crisi però evidenzia anche una novità strutturale, ha fatto notare ieri l’ex presidente della Bce Mario Draghi in un intervento all’Eth di Zurigo dedicato a Karl Brunner, economista svizzero padre della teoria monetarista. Mostra infatti che il solo rispetto delle regole fiscali non può garantire ai governi dell’eurozona la sostenibilità dei loro debiti, visto che il costo che pagano per finanziarsi risente di dinamiche globali oltre il loro controllo. Per stabilizzare il debito serve anche la crescita, oggi stagnante, che la Ue deve mettere al centro delle sue politiche.
La Bce non esageri sui tassi
«La crescita deve diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi», ha detto Draghi, invitandoli a portare avanti le riforme comuni delineate nel suo famoso rapporto: completamento del mercato unico, unione dei capitali, produttività. Ma il secondo messaggio, più inedito, è rivolto alla Bce. Dice Draghi, sulle orme di Brunner, che il compito di una banca centrale non è sostenere la crescita: la sua priorità deve essere «controllare l’inflazione». Ma facendo questo deve evitare di alzare i tassi «più del necessario», cosa che deprimerebbe oltre misura l’economia. In un contesto di shock frequenti e complessi, ha spiegato, «è soprattutto un problema di comunicazione: i mercati devono capire come la banca centrale reagirà in ogni diverso scenario. La qualità più importante è l’abilità di spiegare». Alla presidente della Bce Christine Lagarde, al centro di una lunga telenovela su un’ipotetica uscita anticipata, saranno fischiate le orecchie.