L’emergenza casa investe tutta Europa. In Italia 3 milioni in crisi
di Filippo SantelliROMA – Migliaia di spagnoli in piazza con tintinnar di chiavi, per protestare contro la bocciatura di una legge sul diritto all’abitare presentata dal governo Sanchez. Una sindaca di estrema sinistra, Elif Eralp, eletta a Berlino con la promessa di socializzare 200 mila appartamenti di proprietà di grandi gruppi immobiliari. Un sindaco molto progressista, Zohran Mamdani, che a New York ha messo al primo punto del programma ha la costruzione di 200 mila nuove abitazioni a prezzi abbordabili e il blocco dei canoni di affitto. Nelle grandi metropoli del mondo, e in quelle d’Europa, il tema dell’accessibilità – o meglio: inaccessibilità – della casa torna al pettine del dibattito politico. Mobilita cittadini altrimenti abulici, orienta elezioni. Suggerisce a tutti i governi, al di là del colore, di mettere sul tavolo più o meno credibili Piani casa. E offre a una sinistra alla disperata ricerca di temi identitari e popolari un terreno su cui recuperare voti.
La casa insostenibile
È il terreno di una crisi abitativa, di cui i numeri restituiscono solo in parte le proporzioni storiche ed emotive. Ha una parte di emergenza acuta, il 7,7% di cittadini europei e il 5% degli italiani, circa 3 milioni di persone, che vivono in condizioni di stress abitativo, per cui la rata del mutuo o il costo dell’affitto mangia oltre il 40% del reddito disponibile. Ma non si ferma più lì. Perché dal Covid in poi, una fiammata di inflazione dopo l’altra, acquisti e affitti sono diventati inaccessibili per una fascia crescente della popolazione, ceto medio impoverito, giovani al primo impiego, studenti senza fortune familiari, nuclei monoreddito. Specie nelle grandi città-calamita, quelle dove gli aspiranti residenti devono competere per ogni metro quadro con fondi immobiliari, investitori privati e affitti turistici.
Ogni città ha le sue peculiarità. Ma quasi ovunque una politica nazionale disinteressata e amministrazioni locali deboli hanno consentito per anni che il mercato seguisse la legge del massimo profitto, che non va d’accordo con accessibilità e inclusione. Dal 2013 i prezzi medi al metro quadro in Europa sono saliti del 60%, e molto più nelle aree urbane. Anche dove i salari sono aumentati non hanno tenuto il passo. Meno del 7% dello stock abitativo europeo è edilizia pubblica e tra il 2018 e il 2024 - dice la Commissione - gli Airbnb sono raddoppiati. Nel frattempo il 20% delle case è vuoto, perché in aree interne dove nessuno vuole vivere o perché di proprietà di chi non ha bisogno di affittarle.
Un popolo di proprietari
E l’Italia? Bel paradosso. Siamo il Paese dei proprietari di case, oltre l’80% delle famiglie, cosa che limita - per lo più a residenti stranieri, senza grande rappresentanza - le sacche di disagio abitativo acuto. Siamo anche l’unico Paese dove i prezzi restano sotto il picco toccato prima della grande crisi del 2008. D’altra parte i salari sono fermi da trent’anni, e questo rende comunque l’acquisto sempre meno accessibile. Così cresce la pressione sul mercato dell’affitto, dove l’offerta è scarsissima e i prezzi in costante rialzo. «Questo sta rendendo alcuni territori e aree metropolitane inavvicinabili per un crescente numero di persone», scrive Nomisma nel suo Osservatorio. Milano, ovvio, ma anche Bologna, Roma, Verona, Napoli.
I tentativi di risposta a livello globale vanno in due direzioni diverse, anche se non per forza inconciliabili. La prima è tornare a costruire case dove la domanda è alta: edilizia pubblica oppure, per chi non ha i soldi o la vocazione, in convenzione con i privati, come nel Piano casa del governo Meloni. La seconda è regolare in maniera più stringente il mercato, i canoni, le locazioni turistiche, il ruolo dei fondi: limitare il mattone-investimento per preservare il mattone-residenza, con il rischio, in Italia ben noto, di scontentare il popolo di Boomer che su prima, seconda o terza casa ci ha investito per anni i risparmi. È il modello del decreto di Sanchez in Spagna. Nel suo piano per l’abitare sostenibile la Commissione le prova entrambe, più case e più regole, ma con pochi fondi e grande timidezza.