Diritto d’autore, Meta perde anche al Tar: lecite le norme del Garante per gli editori dei giornali
di Aldo FontanarosaROMA – Se Facebook e le altre grandi piattaforme digitali utilizzano gli articoli dei giornali, gli editori hanno il diritto di reclamare un compenso. E le regole italiane che tutelano questo diritto sono legittime.
Lo stabilisce il Tar del Lazio, che respinge dunque il ricorso di Meta, la società americana proprietaria di Facebook e Instagram.
Il ricorso di Meta puntava ad affondare un regolamento del Garante delle Comunicazioni (l’AgCom) del gennaio 2023. Il regolamento stabilisce i criteri per calcolare quanto le piattaforme digitali debbano pagare agli editori.
La compatibilità con la direttiva
Meta aveva contestato queste norme, sostenendo che andassero ben oltre la direttiva europea sul diritto d’autore. A dicembre 2023, il Tar aveva…
ROMA – Se Facebook e le altre grandi piattaforme digitali utilizzano gli articoli dei giornali, gli editori hanno il diritto di reclamare un compenso. E le regole italiane che tutelano questo diritto sono legittime.
Lo stabilisce il Tar del Lazio, che respinge dunque il ricorso di Meta, la società americana proprietaria di Facebook e Instagram.
Il ricorso di Meta puntava ad affondare un regolamento del Garante delle Comunicazioni (l’AgCom) del gennaio 2023. Il regolamento stabilisce i criteri per calcolare quanto le piattaforme digitali debbano pagare agli editori.
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La compatibilità con la direttiva
Meta aveva contestato queste norme, sostenendo che andassero ben oltre la direttiva europea sul diritto d’autore. A dicembre 2023, il Tar aveva chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue di chiarire se la legge italiana fosse compatibile con quella comunitaria.
Il 12 maggio 2026, la Corte europea ha dato ragione all’Italia, piantando alcuni paletti. Gli editori possono autorizzare l’utilizzo gratuito degli articoli o rifiutarlo. Le piattaforme, se non usano quei contenuti, non pagano nulla.
Il Tar stabilisce adesso che tutte le condizioni europee sono rispettate dalla normativa italiana. L’AgCom quindi può intervenire per determinare il compenso quando editori e piattaforme non raggiungono un accordo.
“A tutela del pluralismo”
Soddisfatta la Federazione degli editori di giornali. Il presidente Andrea Riffeser Monti nota che il diritto degli editori a ricevere un equo compenso per l'utilizzo in Rete dei loro articoli “esce rafforzato”.
Riffeser Monti auspica ora che le regole trovino “piena ed effettiva attuazione a tutela del valore dell'informazione e del pluralismo”.
Così il sindacato
Ecco Alessandra Costante, segretaria generale del sindacato Fnsi: “Stabilita la legittimazione dell'equo compenso per gli editori, magari gli stessi editori si decideranno a riconoscere la percentuale prevista per legge (tra il 2% e 5%) e attraverso accordi sindacali (sempre come dice la legge) alle redazioni che lavorano ai contenuti editoriali che finiscono sul web”.
“E c'è un altro equo compenso che gli editori non vogliono pagare adeguatamente ed è quello per i cococo e le partite Iva che hanno redditi da fame. È evidente che la Fieg abbia un'idea di equo compenso quanto meno parziale”.
Nell’era dell’IA
Per il commissario AgCom Massimiliano Capitanio, la sentenza del Tar conferma un principio semplice: “Il lavoro giornalistico ha un valore e va remunerato nel pieno rispetto della libertà negoziale delle parti”.
“Nel dialogo con le piattaforme, una delle priorità dell'Italia e dell'Europa deve essere la salvaguardia della libertà di informazione e del pluralismo, anche rispetto all'AI”. Principi “che si attuano garantendo anche un equo compenso agli editori e ai giornalisti”.