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Nella gara all’IA comanda l’Asia

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Taiwan, Corea del Sud e Malesia vincono tra gli esportatori. Pechino compra a mani basse per costruire capacità tecnologiche nazionali
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Bangkok – Il commercio mondiale ha trovato un nuovo motore. E non è certo il petrolio, né la “vecchia” auto, ma tutta la catena degli scambi legata all’Intelligenza artificiale. A Bangkok, dove si sono appena conclusi gli incontri annuali del Fondo monetario internazionale, la capo economista del Fmi Silvana Tenreyro mostra numeri che danno una nuova dimensione, globale, alla cavalcata dei giganti dell’Ia: tra il 2023 e il 2025 – ha spiegato - gli scambi mondiali sono cresciuti dell’8,3%, ma quelli dei prodotti legati all’IA sono aumentati del 29%. Senza questa componente, la crescita complessiva del commercio si sarebbe fermata al 4,6%.

Chi vende e chi compra l’hardware dell’IA

Numeri che raccontano una rivoluzione nella quale i protagonisti e i beneficiari non coincidono necessariamente. Mentre gli Usa guidano la corsa all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e relativi data center, l’Asia raccoglie una parte impor…

Bangkok – Il commercio mondiale ha trovato un nuovo motore. E non è certo il petrolio, né la “vecchia” auto, ma tutta la catena degli scambi legata all’Intelligenza artificiale. A Bangkok, dove si sono appena conclusi gli incontri annuali del Fondo monetario internazionale, la capo economista del Fmi Silvana Tenreyro mostra numeri che danno una nuova dimensione, globale, alla cavalcata dei giganti dell’Ia: tra il 2023 e il 2025 – ha spiegato - gli scambi mondiali sono cresciuti dell’8,3%, ma quelli dei prodotti legati all’IA sono aumentati del 29%. Senza questa componente, la crescita complessiva del commercio si sarebbe fermata al 4,6%.

Chi vende e chi compra l’hardware dell’IA

Numeri che raccontano una rivoluzione nella quale i protagonisti e i beneficiari non coincidono necessariamente. Mentre gli Usa guidano la corsa all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e relativi data center, l’Asia raccoglie una parte importante dei benefici industriali di questa rincorsa. È a queste latitudini, infatti, che si producono molti dei componenti indispensabili alla nuova economia: dai semiconduttori alle memorie avanzate, dai server ai componenti elettronici.

Una mappa concentrata in Asia

Il Fondo ha ricostruito i flussi internazionali di apparecchiature informatiche, componenti elettronici e macchinari per la produzione di semiconduttori. Ne esce una mappa fortemente concentrata, nella quale pochi Paesi asiatici controllano una quota rilevante delle esportazioni nette e altre economie, Usa compresi, ovviamente, assorbono grandi quantità di prodotti. Un nuovo commercio che in parte segue la vecchia geografia industriale dell’elettronica e in parte la sta ridisegnando.

Il primo nome è Taiwan che, anche grazie alla presenza di Tmsc, il maggiore produttore mondiale di semiconduttori per conto terzi, rappresenta da solo il 33,7% dei surplus commerciali complessivi in questo comparto. Segue con il 22,4% la Corea del Sud. Insieme, i due Paesi concentrano più della metà dei saldi positivi mondiali. Una posizione che riflette il loro ruolo nella produzione dei chip più avanzati e delle memorie necessarie al funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale.

Fin qui i risultati meno inattesi. Ma la Malesia, ad esempio, pesa per il 10,1% dei surplus, grazie a un’industria elettronica radicata da decenni nelle attività di assemblaggio, collaudo e confezionamento dei semiconduttori. La Thailandia arriva al 5,1%, il Vietnam al 2,5%, le Filippine al 3,5%. Paesi che non possiedono certo modelli di intelligenza artificiale potenti o colossi del cloud, ma che hanno trovato un posto nella filiera industriale.

La distribuzione dei benefici è però meno semplice di quanto dicano questi numeri: un grande surplus di hardware, infatti, non significa necessariamente che un Paese trattenga la parte maggiore del valore aggiunto o dei profitti. I semiconduttori possono essere progettati negli Usa, prodotti a Taiwan, assemblati altrove e infine incorporati in server destinati a un altro mercato. La proprietà intellettuale, il controllo delle piattaforme digitali e i ricavi dei servizi possono restare – e il più delle volte restano effettivamente - molto lontani dalle fabbriche.

Giganti a confronto

Sull’altro piatto della bilancia dei commerci, si trovano infatti due giganti. La Cina rappresenta circa il 40% dei deficit commerciali netti del comparto, gli Usa circa il 38%. Il dato cinese può sembrare paradossale, visto che Pechino è uno dei maggiori esportatori mondiali di elettronica e macchinari. Ma tanto paradossale non è, visto che la Cina importa enormi quantità di semiconduttori e apparecchiature specializzate per alimentare la propria industria e costruire capacità tecnologiche nazionali e per mettere a punto macchine più sofisticate che poi vende anche all’estero. Può quindi essere contemporaneamente un grande esportatore di prodotti industriali e un importatore netto di questo particolare insieme di beni.

Diverso il caso degli Usa, con i grandi nomi dell’IA che sviluppano i modelli, controllano le piattaforme digitali, programmano buona parte degli investimenti nei data center e ovviamente fanno profitti miliardari. Profitti che sarebbero però impossibili senza la nuova geografia globale del commercio nel settore.

Anche l’India è tra gli importatori netti, con una quota del 6,3%. Per Nuova Delhi la scommessa consiste nell’utilizzare la propria forza nei servizi informatici e una crescente capacità di investimento per conquistare un ruolo più importante nel settore dell’IA, anche se dipende ancora molto dall’estero per l’hardware che le serve.

Una questione geopolitica

Questa geografia spiega anche perché l’intelligenza artificiale sia diventata una questione geopolitica e non soltanto industriale. I controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina, la ricerca di capacità produttive alternative e la competizione per assicurarsi materiali, macchinari ed energia riguardano tutti la medesima catena. Una filiera che può aumentare gli scambi internazionali, ma che resta vulnerabile proprio perché concentrata in pochi territori e in limitati fornitori.

La corsa agli investimenti ha finora alimentato aspettative straordinarie. Ma proprio nell’ultima settimana la febbre finanziaria per l’IA ha mostrato qualche segno di raffreddamento. L’indice Philadelphia Semiconductor, che raccoglie i principali produttori di chip quotati negli Stati Uniti, ha accumulato sette sedute consecutive di ribasso, mentre le vendite hanno investito anche i mercati asiatici, soprattutto quelli più esposti ai semiconduttori. Non è ancora la fine dell’entusiasmo sui destini della nuova rivoluzione tecnologica, ma un richiamo alla prudenza dopo mesi in cui le valutazioni di molte società tecnologiche sono andate in orbita sull’aspettativa di una crescita quasi illimitata.

A preoccupare gli investitori sono diversi fattori. L’inflazione e la prospettiva di nuovi rialzi dei tassi rendono più costoso finanziare investimenti di dimensioni colossali. La concorrenza cinese in alcuni segmenti dei semiconduttori alimenta dubbi sui margini futuri. E soprattutto è tornata una domanda che accompagnava già la rivoluzione di Internet alla fine degli anni Novanta: quanto tempo occorrerà perché tutto il denaro investito nella nuova tecnologia produca ricavi e profitti sufficienti a giustificarlo? Dalle risposte dipende non solo il futuro dei colossi miliardari che si sono appena quotati a Wall Street o stanno per farlo, ma anche quello delle fabbriche in Malesia o in Thailandia.

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