In Germania si prepara un autunno caldo: nelle fabbriche della maggiore azienda automobilistica tedesca, Volkswagen, c’è aria di rivolta. Centomila posti di lavoro in meno, aumenti e scatti di stipendio congelati fino alla fine del decennio, quattro stabilimenti da chiudere; contratti storici disdettati, l’orario di lavoro da allungare e una mossa per togliere il potere di veto a un’azionista storico come la Bassa Sassonia. Mai prima di oggi i vertici di Vw avevano minacciato di rompere tanti tabù in una volta sola. E mai avevano messo in discussione, di fatto, la cogestione, un modello che per un secolo ha trasformato la Germania in un esempio di coesione, di dialogo costante tra “padroni” e “lavoratori”.
Dopo il Covid, la Cina ha sv…
In Germania si prepara un autunno caldo: nelle fabbriche della maggiore azienda automobilistica tedesca, Volkswagen, c’è aria di rivolta. Centomila posti di lavoro in meno, aumenti e scatti di stipendio congelati fino alla fine del decennio, quattro stabilimenti da chiudere; contratti storici disdettati, l’orario di lavoro da allungare e una mossa per togliere il potere di veto a un’azionista storico come la Bassa Sassonia. Mai prima di oggi i vertici di Vw avevano minacciato di rompere tanti tabù in una volta sola. E mai avevano messo in discussione, di fatto, la cogestione, un modello che per un secolo ha trasformato la Germania in un esempio di coesione, di dialogo costante tra “padroni” e “lavoratori”.
Dopo il Covid, la Cina ha sviluppato alla velocità della luce un mercato dell’auto elettrica che sta buttando fuori i marchi stranieri e sta invadendo l’Europa. E alla rapida erosione delle quote di mercato delle big dell’auto tedesca si aggiungono difficoltà più contingenti come i dazi americani o le strozzature nel Golfo Persico. Volkswagen è sprofondata in una crisi storica, «esistenziale» come la descrivono gli stessi top manager. Che non hanno visto arrivare la “pluricrisi” e hanno “verschlafen”, “attraversato nel sonno” la rivoluzione elettrica, come urlano i sindacalisti a ogni assemblea.
il saldo degli occupati nella filiera
La crisi anche per Porsche o Audi
Peraltro la crisi strutturale non riguarda solo Vw e i suoi marchi storici come Porsche o Audi: anche la casa bavarese Bmw ha cominciato ad attuare piani di tagli e risparmi. Idem Mercedes, il cui fondatore Carl Benz registrò 140 anni fa il primo brevetto per un «veicolo con motore a gas», la prima automobile della storia. Il mercato dell’auto tedesco produce oltre 560 miliardi di fatturato annuo, ma quasi il 70% dipende dall’estero. Oltretutto, il giro di affari delle big dell’auto è calato da due anni ai livelli pre-Covid. In questo quadro sempre più cupo, nessuno sta sfidando i sindacati in modo così frontale come Volkswagen.
I Porsche e i Piech, le due potentissime famiglie che fondarono quasi un secolo fa il celebre marchio del Maggiolone e della Golf e che oggi controllano oltre la metà del secondo gruppo automobilistico mondiale, hanno deciso di adottare la linea dura. Premono sull’amministratore delegato, Oliver Blume, perché freni l’emorragia di vendite e riporti i conti su una traiettoria crescente, anche adottando la linea dura contro le rappresentanze dei lavoratori. Dopo il cosiddetto “accordo di Natale” di due inverni fa, quando i sindacati avevano accettato, dopo un durissimo braccio di ferro, il taglio di 35mila posti di lavoro, il congelamento degli aumenti in busta paga del 5% e altri sacrifici ma avevano sventato il primo tentativo dei vertici di chiudere alcune fabbriche, Vw aveva aggiunto 15mila esuberi al conto. Ma la crisi non si era fermata. Così, da un paio di mesi hanno ricominciato a rullare i tamburi di guerra.
Il piano dei tagli
Vw vuole eliminare altri 50mila posti di lavoro entro la fine del decennio. Totale: 100mila esuberi, il 15% dei lavoratori impiegati nelle fabbriche di tutto il mondo. E Blume ha ricominciato a paventare la chiusura di ben quattro stabilimenti - mai nella storia una fabbrica automobilistica ha chiuso i battenti in Germania. «Il numero dei dipendenti - ha fatto sapere l’azienda - deve essere adeguato alla realtà economica». E quella, per il mondo dell’auto, è disastrosa. Ma la sfida ai sindacati è stata declinata dai top manager Vw su vari livelli.
Alla vigilia di un nuovo round per il rinnovo del contratto, è trapelata sui giornali la notizia che Vw vuole disdettare dieci contratti su tredici. Obiettivo: eliminare bonus e allungare l’orario di lavoro. E secondo le anticipazioni, i vertici di Wolfsburg vogliono anche riproporre un “Nullrundentarif”, un accordo ad “aumenti zero”. Dopo il congelamento del 5% di incrementi salariali incassato nel 2024, puntano a respingere anche stavolta la richiesta di aumenti del 5% in busta paga. In più, è ricominciata la sfida sugli stabilimenti: Blume vuole chiudere Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm. In un primo giro di negoziati, IgMetall è riuscita di nuovo a sventare, per ora, la cancellazione delle fabbriche. Ma quando i vertici dell’azienda hanno minacciato l’atomica, ossia di cancellare il diritto di veto alla regione Bassa Sassonia, che detiene una quota del 20% del gruppo e rappresenta da sempre una minoranza di blocco in grado di scongiurare le svolte più drastiche, i sindacati hanno accettato di aggiungere 50mila dipendenti al conto già salatissimo degli esuberi. Ma l’azienda non si ferma: in questi giorni è uscita la notizia dell’intenzione di non riconoscere un centesimo di aumento ai lavoratori. E da Wolfsburg è già arrivato l’avviso di IgMetall: «Non cerchiamo il conflitto. Ma siamo pronti». Saranno mesi di fuoco in cui si deciderà un pezzo importante del futuro della cultura industriale tedesca. E della Germania.