MILANO – La crisi della chimica italiana non comincia con l’ultima impennata del gas e difficilmente finirà quando le quotazioni torneranno a scendere. È infatti una crisi strutturale, che riguarda la capacità di un Paese manifatturiero di produrre, o almeno controllare, le materie prime delle proprie industrie: plastiche, fertilizzanti, fibre, componenti per l’auto, materiali per l’elettronica e la farmaceutica.
Lunedì scorso, all’assemblea pubblica di Federchimica a Milano, il presidente degli imprenditori Francesco Buzzella l’ha detto senza giri di parole: «Siamo davvero sull’orlo di una crisi esistenziale». I numeri sostengono la sua tesi, visto che la produzione chimica italiana è attesa in calo del 3% nel 2026, dopo il -3,2% del 2025, e per il 2027 si ipotizza appena un +0,5%. Rispetto al 2021 i volumi sono oltre il 13% più bassi.
Parlare di “chimica italiana” come di un blocco unico è però fuorviante. A soffrire è soprattutto la chimica di base, che produce molecole standardizz…
MILANO – La crisi della chimica italiana non comincia con l’ultima impennata del gas e difficilmente finirà quando le quotazioni torneranno a scendere. È infatti una crisi strutturale, che riguarda la capacità di un Paese manifatturiero di produrre, o almeno controllare, le materie prime delle proprie industrie: plastiche, fertilizzanti, fibre, componenti per l’auto, materiali per l’elettronica e la farmaceutica.
Lunedì scorso, all’assemblea pubblica di Federchimica a Milano, il presidente degli imprenditori Francesco Buzzella l’ha detto senza giri di parole: «Siamo davvero sull’orlo di una crisi esistenziale». I numeri sostengono la sua tesi, visto che la produzione chimica italiana è attesa in calo del 3% nel 2026, dopo il -3,2% del 2025, e per il 2027 si ipotizza appena un +0,5%. Rispetto al 2021 i volumi sono oltre il 13% più bassi.
Parlare di “chimica italiana” come di un blocco unico è però fuorviante. A soffrire è soprattutto la chimica di base, che produce molecole standardizzate e compete sul costo. Quella fine e specialistica ha perso il 6% dal 2021, molto meno della media e in Italia vale circa il 60% della produzione, contro il 39% europeo.
Il primo fattore penalizzante per il settore è l’energia. Per la chimica gas e petrolio sono anche materie prime e secondo Federchimica la loro incidenza sul valore della produzione è salita dal 14% del 2021 al 18% del 2024 e potrebbe arrivare al 23%. Il gas europeo costa circa nove volte quello americano e l’Ets (il sistema Ue che fa pagare le emissioni di gas serra) pesa sul settore per oltre 600 milioni l’anno tra oneri diretti e indiretti; una cifra che potrebbe superare 1,5 miliardi entro il 2030. Ma non tutto dipende da Bruxelles. Il prezzo dell’elettricità italiana resta legato al gas. E l’Italia ha destinato alla compensazione degli energivori una quota dei proventi delle aste Ets molto inferiore a quella di Germania e Francia.
La crisi, poi, è su misura continentale. In Europa, secondo uno studio di Roland Berger per la confederazione delle imprese Cefic, tra il 2022 e il 2025 sono state annunciate chiusure per 37 milioni di tonnellate di capacità produttive, circa il 9% del totale. Nello stesso periodo gli investimenti in nuova capacità sono crollati. E tra le cause indicate dalle imprese ci sono sempre il costo dell’energia, la domanda debole e la sovraccapacità. Anche per questo Buzzella chiede una transizione «pragmatica, non ideologica», e avverte che «se si distrugge l’industria non è transizione: si chiama solo regressione».
A fronte delle difficoltà europee, c’è l’inarrestabile avanzata cinese: Pechino produce ormai circa il 46% della chimica mondiale, contro il 13% dell’Unione europea. All’assemblea Buzzella ha messo a confronto la crescita del 20% delle esportazioni italiane verso quel mercato con quella del 410% delle importazioni. La quota cinese sulle importazioni chimiche italiane è passata dal 5% del 2019 al 17% del 2025. Il dumping, però, non spiega tutto. Pesano anche la crisi dell’auto europea e della moda, la debolezza della domanda industriale e l’età degli impianti: i grandi cracker - cioè gli impianti per la trasformazione di idrocarburi - europei hanno in media 47 anni.
Il caso più emblematico in Italia è quello di Versalis. Eni ha chiuso il cracker di Brindisi nel marzo 2025 e quello di Priolo nel luglio 2025. La decisione è arrivata dopo perdite operative della chimica del gruppo pari a 819 milioni nel 2025 e a 814 nel 2024. Allo stesso tempo l’Eni ha avviato un piano da 2,5 miliardi su bioraffinazione, riciclo chimico e specialità.
È una scelta razionale per l’azienda, ma ha un costo per il sistema, perché un cracker alimenta con etilene e propilene le fabbriche a valle. A Brindisi LyondellBasell ha annunciato la chiusura di un impianto di polipropilene entro la fine del 2026. Per la Filctem-Cgil è l’effetto della fermata Versalis. Per la Femca-Cisl il gruppo era già impegnato in un ridimensionamento europeo. Le due letture possono convivere: la chiusura del cracker può aver accelerato una traiettoria già avviata.
Anche sull’ambiente il quadro è meno lineare di quanto sostengano le imprese. La richiesta di alleggerire l’Ets ha un fondamento economico. Ma le regole rispondono anche a costi che i bilanci aziendali non registrano: la Commissione stima che l’inquinamento da Pfas possa costare all’Europa circa 440 miliardi entro il 2050. Ridurre le norme senza criterio significa spostare quei costi sui cittadini.
La domanda di politica industriale, allora, non diventa come salvare tutta la chimica. Ma come decidere, impianto per impianto, cosa è strategico, cosa può essere riconvertito e quali dipendenze estere sono accettabili.
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