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L’ultimo operaio dell’Ilva: “Così ho spento il forno”

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Con la chiusura dell’area a caldo il futuro dell’acciaieria è sempre più in bilico. Fabio Cocco: “Andare avanti era diventato impossibile, rischiavamo ogni giorno la catastrofe”
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Fabio c’era quando tutto è finito. O forse tutto è cominciato. Fabio Cocco era davanti ai convertitori dell’acciaieria 2 quando l’ultima colata ha lasciato l’Ilva di Taranto. Era l’8 ottobre. Non lo sapevano ancora, ma dopo oltre sessant’anni di cose grandi — grandi soldi, grandi sogni, grandi dolori, dicono all’Ilva che è grande due volte la città, che non c’è niente di piccolo — tutto si fermava con il gesto che lui e i suoi compagni avevano ripetuto migliaia di volte. Solo che stavolta, dopo, non ci sarebbe stata un’altra colata. Fabio ha 53 anni, ventitré passati in fabbrica. Quel pomeriggio era entrato alle 15 con gli altri sette uomini della Squadra 02. Dovevano uscire alle 23. «La ghisa era sporca, il silicio molto alto. Stavamo raschiando il fondo del barile». Il loro compito era il primo passaggio: caricare nel convertitore rottame ferroso e ghisa liquida, trasformarli in acciaio e trasferirlo nella siviera. Un lavoro pericoloso, dentro una macchina costruita per non fermarsi…

Fabio c’era quando tutto è finito. O forse tutto è cominciato. Fabio Cocco era davanti ai convertitori dell’acciaieria 2 quando l’ultima colata ha lasciato l’Ilva di Taranto. Era l’8 ottobre. Non lo sapevano ancora, ma dopo oltre sessant’anni di cose grandi — grandi soldi, grandi sogni, grandi dolori, dicono all’Ilva che è grande due volte la città, che non c’è niente di piccolo — tutto si fermava con il gesto che lui e i suoi compagni avevano ripetuto migliaia di volte. Solo che stavolta, dopo, non ci sarebbe stata un’altra colata. Fabio ha 53 anni, ventitré passati in fabbrica. Quel pomeriggio era entrato alle 15 con gli altri sette uomini della Squadra 02. Dovevano uscire alle 23. «La ghisa era sporca, il silicio molto alto. Stavamo raschiando il fondo del barile». Il loro compito era il primo passaggio: caricare nel convertitore rottame ferroso e ghisa liquida, trasformarli in acciaio e trasferirlo nella siviera. Un lavoro pericoloso, dentro una macchina costruita per non fermarsi.

"Non potevamo andare avanti”

È finito tutto, Fabio. «Rimani senza parole. Anche se, in fondo, lo sapevamo. Giorno dopo giorno vedevamo come stavano andando le cose». Fabio vive ai Tamburi, il quartiere che guarda l’Ilva, le case rosa, perché rosa sono le polveri dell’acciaio. Prima faceva il pizzaiolo. L’Ilva gli aveva dato uno stipendio stabile e la possibilità di avere una famiglia. Tre figli, due nipoti. Il futuro. La paura del presente. Com’è, Fabio, ora che il vulcano è spento? «Non potevamo andare avanti. Ogni giorno rischiavamo una catastrofe. Non parlo soltanto dell’ambiente, ma della nostra sicurezza». I ricambi non arrivavano, racconta. Per riparare un impianto si smontavano pezzi da un altro. Le carte hanno raccontato che si facevano gli ordini da Amazon. «La paura c’era. Inutile nasconderlo. L’ho denunciato tante volte, anche come delegato Fiom. Continuavamo a lavorare, ma sapevamo cosa rischiavamo». E poi c’è la polvere. «Quella te la porti dietro. E ce la porteremo dietro ancora per anni».

Una guerra tra diritti

Perché Fabio è insieme l’operaio che perde il lavoro e il cittadino che ha vissuto sotto le emissioni della fabbrica. Scegliere una parte significherebbe scegliere contro se stesso. «Io sono già in cassa integrazione. Prenderò il 70 per cento, perderò cinque o seicento euro al mese. Ho due nipoti. Ma penso anche a tutta la sofferenza che ho visto intorno a me. Non si doveva arrivare fin qui». «Quello che succede adesso è orribile. Un operaio dice: io come faccio a vivere? E un altro cittadino gli risponde: sei un assassino. È diventato un tutti contro tutti». È forse questa la ferita più profonda lasciata dall’Ilva. Aver trasformato due diritti, quello alla salute e quello al lavoro, in due ragioni per combattersi. I malati in avversari. «In quattordici anni si poteva fare tantissimo. Invece nessuno si è assunto la responsabilità. Dare la fabbrica a Mittal è stato un errore enorme. Sembrava che l’importante fosse soltanto liberarsene». Fabio non sogna di riaprire tutto com’era. «La fabbrica va fermata e bonificata. Bisogna costruire qualcosa che non inquini». Pensa al porto, allo smistamento dei container. «Possibile che in sessant’anni non siamo riusciti a creare alternative?». Il fuoco, lo fa, di mangiare tutto quello che c’è attorno, Ora, Fabio testimone, è tutto spento.

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