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Usa, la vittoria dei democratici e l’incubo dei produttori di chip: addio alle fabbriche dell’IA

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Giovedì nero per i titoli tecnologici: Nvidia lascia suk terreno il 9%, Amd il 17, Intel il 9. Cali a doppia cifra per i produttori di memorie
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MILANO – L’onda blu si abbatte sui produttori di microchip. Il terremoto che scuote Wall Street ha il suo epicentro proprio nei tanti produttori di quelle sottilissime fettine di silicio che sono il cuore di qualsiasi computer. Così anche le perdite del Nasdaq sembrano poca cosa rispetto al tracollo dell’indice dei semiconduttori di Filadelfia, che chiude con un tonfo del 12%.

Il conto è dunque salatissimo per chi sta alla base della catena produttiva che parte dai chip e arriva fino ai grandi data center, dove migliaia e migliaia di server fanno andare avanti il cloud e i modelli di intelligenza artificiale.

Nvidia, il principale fornitore dei processori destinati proprio all’IA, scende del 9%, azzerando i guadagni da inizio anno e registrando la peggior performance dal 2022: in un mese ha bruciato oltre mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Amd, sua diretta concorrente, arriva a perdere il 17%; Intel va giù di oltre il 10%; Marvell e Broadcom, che producono i chip per le r…

MILANO – L’onda blu si abbatte sui produttori di microchip. Il terremoto che scuote Wall Street ha il suo epicentro proprio nei tanti produttori di quelle sottilissime fettine di silicio che sono il cuore di qualsiasi computer. Così anche le perdite del Nasdaq sembrano poca cosa rispetto al tracollo dell’indice dei semiconduttori di Filadelfia, che chiude con un tonfo del 12%.

Il conto è dunque salatissimo per chi sta alla base della catena produttiva che parte dai chip e arriva fino ai grandi data center, dove migliaia e migliaia di server fanno andare avanti il cloud e i modelli di intelligenza artificiale.

Nvidia, il principale fornitore dei processori destinati proprio all’IA, scende del 9%, azzerando i guadagni da inizio anno e registrando la peggior performance dal 2022: in un mese ha bruciato oltre mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Amd, sua diretta concorrente, arriva a perdere il 17%; Intel va giù di oltre il 10%; Marvell e Broadcom, che producono i chip per le reti dei data center, perdono rispettivamente il 14 e il 10%.

Il colpo più duro è per chi produce le memorie, il segmento più esposto alla costruzione di nuovi impianti: Micron cede il 17%, SanDisk il 18%. Persino Tsmc, la fonderia taiwanese da cui passa quasi ogni chip avanzato, lascia sul terreno quasi il 10% a New York.

La tempesta parte ieri mattina dall’Asia, quando negli Usa è ancora notte, perché lì si concentra buona parte della manifattura. A Seul l’indice Kospi chiude in calo del 5,3%, trascinato da SK Hynix, scesa del 9%, e da Samsung, oltre il -7%. A Tokyo Advantest, che fa i macchinari per collaudare i chip, perde quasi il 12%.

Il ragionamento dei mercati è lineare. I ricavi dei produttori di chip sono in sostanza gli investimenti dei grandi gruppi che costruiscono data center, e quegli investimenti rischiano ora di rallentare. Con un Congresso a maggioranza democratica e, soprattutto, con nuovi governatori ostili in Stati chiave, si fa più concreta la prospettiva di una spinta regolatoria assai più forte del sostanziale “laissez faire” di Donald Trump.

I progetti per costruire le “fabbriche” informatiche del futuro, affamate di terreno ed energia e assetate di acqua per raffreddare i server, rischiano adesso di sfumare, ricacciati indietro da una nuova sensibilità che l’elettorato ha indicato in modo chiaro.

Texas, Ohio e Georgia sono i tre Stati in cui proprio il ribaltone al potere potrebbe mandare all’aria i piani di molti: i governatori eletti, tutti Dem, hanno promesso moratorie sui nuovi impianti. Il solo Texas concentra, secondo Wells Fargo, il 27% della capacità di calcolo pianificata negli Usa. E finora la prospettiva era che entro il 2028 i data center texani arrivassero ad assorbire oltre 40 Gigawatt di elettricità, cinque volte gli 8 del 2025, e una quantità – per avere un paragone – pari alla media dei consumi dell’Italia intera.

Adesso quel quadro potrebbe sgretolarsi: la governatrice Hinojosa ha annunciato che bloccherà le nuove autorizzazioni finché il Parlamento statale non avrà approvato regole più severe. Il rischio, sottolinea un’analisi di Jp Morgan, riguarda soprattutto i progetti del 2028, perché le infrastrutture energetiche per i data center previsti nel 2027 sono in gran parte già in costruzione. Ma le Borse scontano gli utili futuri e li riflettono sui prezzi di oggi.

Non tutta la tecnologia soffre allo stesso modo. Per gli hyperscaler, ossia i colossi come Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta che possiedono reti mondiali di data center e vendono o usano in proprio enormi quantità di potenza di calcolo, la capacità c’è già. Per loro meno data center significano anche meno spese da affrontare e una risorsa più scarsa che potranno far pagare più cara.

Per i neocloud, cioè gli operatori più giovani come CoreWeave e Nebius, nati per affittare potenza di calcolo per l’IA, il meccanismo funziona al contrario: per ora hanno soprattutto progetti e debiti, e non generano cassa. Un mix che, nelle nuove condizioni, può rivelarsi molto pericoloso.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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