“Mai data center qui”, dalla Florida all’Ohio la rivolta dei piccoli centri fa tremare Wall Street
dalla nostra inviata Anna LombardiWASHINGTON – L’ombra dei Data Center sul voto americano. Gli elettori hanno detto un netto no all’ulteriore sviluppo di quei mega impianti, i luoghi fisici che ospitano server informatici e archivi, considerati snodi essenziali della corsa all’informatica cognitiva, ma altamente inquinanti e divoratori di energia e acqua, sottratti ai territori ospitanti. Secondo un sondaggio di Cnbc il 56 per cento dei votanti ha considerato la posizione dei candidati sul tema prima di andare alle urne. E un bipartisan il 76 per cento è contrario alla costruzione di nuovi centri. Non sorprende, dunque, che siano stati respinti praticamente ovunque fossero presenti sulle schede elettorali (martedì si sono tenuti decine di referendum locali sui temi più disparati): 40 su 41 comunità che avevano messo al voto la questione si sono infatti espresse a favore di moratorie, divieti, stop a costruzioni già in corso, limitazioni delle dimensioni e pure alla possibilità di attingere a risorse locali.
WASHINGTON – L’ombra dei Data Center sul voto americano. Gli elettori hanno detto un netto no all’ulteriore sviluppo di quei mega impianti, i luoghi fisici che ospitano server informatici e archivi, considerati snodi essenziali della corsa all’informatica cognitiva, ma altamente inquinanti e divoratori di energia e acqua, sottratti ai territori ospitanti. Secondo un sondaggio di Cnbc il 56 per cento dei votanti ha considerato la posizione dei candidati sul tema prima di andare alle urne. E un bipartisan il 76 per cento è contrario alla costruzione di nuovi centri. Non sorprende, dunque, che siano stati respinti praticamente ovunque fossero presenti sulle schede elettorali (martedì si sono tenuti decine di referendum locali sui temi più disparati): 40 su 41 comunità che avevano messo al voto la questione si sono infatti espresse a favore di moratorie, divieti, stop a costruzioni già in corso, limitazioni delle dimensioni e pure alla possibilità di attingere a risorse locali.
Voce unanime
Con l’eccezione di Harwood, nel bastione repubblicano del Nord Dakota, dove sono state respinte le restrizioni, è accaduto letteralmente in tutta l’America: da Edgewater, in Florida, dove si è scelto d’inserire nello statuto cittadino il divieto di nuovi data center, a Perry, Ohio, dove saranno imposti vincoli finanziari e operativi alle aziende hyperscale in cerca di agevolazioni fiscali. «Abbiamo dimostrato che il voto è la nostra voce», ci dice Maggie Hill, portavoce dell’organizzazione “Don’t Drain Texas”: «Avevamo avvertito i politici che non ascoltarci gli sarebbe costato. Abbiamo dimostrato la nostra forza. Il coinvolgimento della gente nelle scelte future non è negoziabile». Di fatto, un clamoroso rifiuto delle politiche economiche di Donald Trump: che un anno fa emise un ordine esecutivo in cui definiva ogni regolamentazione dell’IA una «forma di wokismo», cioè un’estremizzazione ideologica ambientalista, sostenendo che «non ci si può opporre al progresso, bisogna assecondarlo. Se non li costruiamo, prevarrà la Cina».
La corsa degli ultimi anni
Ma l’evidente voracità di Silicon Valley ha spinto un po’ troppo: l’AI Index Report della Stanford University conta già 5.427 centri attivi: e ci sono richieste per realizzarne altri 3.969. Di questi, 800 sono già in costruzione, in aree rurali e sobborghi (poveri) delle principali città, con un investimento complessivo che tocca l’astronomica cifra di 10mila miliardi di dollari (670 miliardi solo quest’anno). Il loro arrivo non arricchisce le comunità, visto che creano pochissimi posti di lavoro. Anzi le depaupera in vari modi: allacciandosi alla loro rete elettrica o, in alternativa, utilizzando inquinanti alimentatori a metano. Prosciugando risorse idriche e creando inquinamento acustico e luminoso che impattano sulle persone e sulla fauna locale. Già prima del voto, i colossi tecnologici avevano provato a rendersi simpatici: Google, Meta, Microsoft e altri hanno creato la AI Infrastructure Coalition, promettendo di farsi carico dei costi energetici delle infrastrutture, finanziare scuole e ospedali, ridurre al minimo il consumo idrico e dare priorità all’assunzione di personale locale. I think tank conservatori, dal canto loro, già pensano a come cavalcare la nuova onda: Alliance for a Better Future – di cui fa parte anche quellaHeritage Foundation che redasse il famoso Project25, la road map del trumpismo 2.0 – per dire, ha diffuso un memorandum in cui dice che serve un serio ripensamento della questione in vista delle prossime presidenziali. «È impossibile ignorare le preoccupazioni economiche e ambientali che hanno pesato sul voto. Se però i Repubblicani penseranno a politiche sull’IA a favore di famiglia e lavoro, nel 2028 i data center torneranno a essere una risorsa del partito».