La partita olimpica di Roma - a meno di imprevedibili colpi di scena - sembra finita con un punteggio da ricordare a favore di chi non voleva i cinque cerchi di nuovo nella città eterna. Non vincerà il partito del cemento, ha sentenziato la sindaca di Roma Virginia Raggi, titolare del potere di veto, spegnendo in maniera drastica le speranze di chi invece affiancava alla manifestazione sportiva il calcolo dei vantaggi economici che i Giochi avrebbero prodotto.
Stabilire se un'Olimpiade sia un buon affare è materia delicata e difficile da maneggiare. Le statistiche dicono che tranne casi rari i bilanci si sono sempre chiusi con perdite molto pesanti per le amministrazioni e in qualche caso - come la Grecia - con esiti nefasti per la collettività nazionale. Altri citano invece esempi virtuosi da non calcolare nell'immediatezza: Torino con le Olimpiadi della neve è diventata da città-fabbrica a località che attrae turismo e cultura, Barcellona ha guadagnato una visibilità che ne ha fatto il centro propulsivo della Spagna e uno dei più dinamici in Europa. Di sicuro Roma non ha bisogno di notorietà, il suo brand ha un tale valore da canalizzare flussi provenienti da tutto il mondo. Al contrario, però, ha bisogno di infrastrutture per evitare che il turismo diventi un handicap per la vivibilità della città in termini di mobilità e decoro. Come tutte le macchine, infatti, una città ha bisogno di manutenzione. E la manutenzione costa. Le Olimpiadi, secondo chi ne ha sponsorizzato la candidatura, avrebbero avuto l'effetto di concentrare investimenti pubblici e privati e stimolare il rinnovamento, la crescita, l'occupazione.
Chi governa la città non ha creduto che questo potesse accadere. È legittimo. Ma le motivazioni con le quali la candidatura olimpica è stata cancellata lasciano perplessi. Dire che non vincerà la lobby del mattone, significa confondere cemento e infrastrutture. Far capire che non si apre la porta al malaffare annullando l'evento significa non aver fiducia nella capacità di respingerlo con la buona amministrazione. Se questo principio paradossalmente fosse stato seguito sempre, l'Alta velocità ferroviaria non avrebbe dovuto ad esempio mai spingersi oltre Firenze, per il timore che gli appalti venissero inquinati dalla criminalità. E il sud sarebbe oggi ancora più lontano dal resto del paese. È preoccupante poi che la dichiarazione di resa avvenga mentre l'Italia chiede, nelle sedi europee, di avere maggior flessibilità proprio per spingere gli investimenti. Con questo clima è difficile che qualcuno, a Bruxelles o in qualche cancelleria, ci dia una mano.
Stabilire se un'Olimpiade sia un buon affare è materia delicata e difficile da maneggiare. Le statistiche dicono che tranne casi rari i bilanci si sono sempre chiusi con perdite molto pesanti per le amministrazioni e in qualche caso - come la Grecia - con esiti nefasti per la collettività nazionale. Altri citano invece esempi virtuosi da non calcolare nell'immediatezza: Torino con le Olimpiadi della neve è diventata da città-fabbrica a località che attrae turismo e cultura, Barcellona ha guadagnato una visibilità che ne ha fatto il centro propulsivo della Spagna e uno dei più dinamici in Europa. Di sicuro Roma non ha bisogno di notorietà, il suo brand ha un tale valore da canalizzare flussi provenienti da tutto il mondo. Al contrario, però, ha bisogno di infrastrutture per evitare che il turismo diventi un handicap per la vivibilità della città in termini di mobilità e decoro. Come tutte le macchine, infatti, una città ha bisogno di manutenzione. E la manutenzione costa. Le Olimpiadi, secondo chi ne ha sponsorizzato la candidatura, avrebbero avuto l'effetto di concentrare investimenti pubblici e privati e stimolare il rinnovamento, la crescita, l'occupazione.
Chi governa la città non ha creduto che questo potesse accadere. È legittimo. Ma le motivazioni con le quali la candidatura olimpica è stata cancellata lasciano perplessi. Dire che non vincerà la lobby del mattone, significa confondere cemento e infrastrutture. Far capire che non si apre la porta al malaffare annullando l'evento significa non aver fiducia nella capacità di respingerlo con la buona amministrazione. Se questo principio paradossalmente fosse stato seguito sempre, l'Alta velocità ferroviaria non avrebbe dovuto ad esempio mai spingersi oltre Firenze, per il timore che gli appalti venissero inquinati dalla criminalità. E il sud sarebbe oggi ancora più lontano dal resto del paese. È preoccupante poi che la dichiarazione di resa avvenga mentre l'Italia chiede, nelle sedi europee, di avere maggior flessibilità proprio per spingere gli investimenti. Con questo clima è difficile che qualcuno, a Bruxelles o in qualche cancelleria, ci dia una mano.