Ora che la frittata è fatta, tutti cercano di riportare l'uovo dentro il guscio, con l'ovvia impossibilità di riuscire nell'intento. L'uovo è il Referendum sulla riforma Costituzionale, che il 4 dicembre dovrà dire se l'Italia accetta di modificare la sua Costituzione. La frittata è il risultato che si sta scaricando dal punto di vista emotivo e politico: trasformare una consultazione in una sorta di ordalia. L'operazione impossibile è quella di tranquillizzare tutti e dire adesso che il voto non deciderà le sorti del Paese. Peccato che ci credano in pochi. Nessuno è esente da colpe in questa escalation, per primo il premier Matteo Renzi che ha caricato di significati personali l'esito del referendum, trasformando il voto in sondaggio sul gradimento del suo operato. Di fatto tutto è fermo in attesa del fatale responso delle urne. Così, ad esempio, il ddl sulla concorrenza, che doveva spingere il paese sulla via della modernizzazione riformando notai, farmacie, assicurazioni continua a non arrivare all'approvazione finale. Arrivato in Senato un anno fa non è ancora stato esaminato dall'aula di Palazzo Madama e non figura in calendario fino all'inizio di novembre. La cosa ha irritato il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, che ha annunciato di voler aprire un confronto nel governo per capire cosa fare, dal momento che la riforma fa parte degli impegni presi con l'Unione europea. Consci della paralisi, anche gli istituti che si occupano del rating del nostro paese hanno riposto i dossier nei cassetti, cosa che non promette nulla di buono: gli analisti aspettano di sapere cosa accade ma sono pronti a intervenire con pagelle severe. Moody's è stata l'agenzia più esplicita, invitando le banche italiane con scarsa capitalizzazione a provvedere al più presto agli interventi necessari. "Le quattro banche più deboli in particolare (Mps, Carige, Veneto Banca e Popolare Vicenza) per Moodys' dovrebbero ridurre gli Npl e andare a chiedere capitale. Ritardare e farlo dopo un referendum negativo per il governo potrebbero spingere gli investitori a non partecipare all'aumento". Non è un bel viatico, nonostante i messaggi tranquillizzanti subito arrivati dai manager. Ancora peggiore è quello che è filtrato da Dbrs, agenzia di rating canadese, che in estate aveva annunciato di poter abbassare anticipatamente il rating dell'Italia, suscitando molto fastidio a Roma. La minaccia è parzialmente rientrata, sostituita da un "valuteremo dopo il referendum": che si traduce in un "se vince il No l'Italia viene declassata". Dal momento che Dbrs è l'unica agenzia di rating ad attribuire ancora una classe A al debito italiano, un voto negativo avrebbe un pesante impatto sul costo del debito. La frittata rischia di essere carissima e indigeribile. Perché cucinata da un cattivo chef.