Economia

A Davos dimenticano la parola "austerity"

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C'è una parola che è stata usata continuamente a Davos la scorsa settimana, durante il vertice che come ogni anno ha visto sedersi allo stesso tavolo i leader di tutto il mondo: la parola "globalizzazione". Di fronte alle minacce del neoprotezionismo ne sono state tessute le lodi per sostenere che la corsa all'apertura dei mercati non può registrare battute d'arresto, pena una frenata della stessa democrazia. La libertà di commercio è stata portata a modello - tra gli applausi - da chi, come la Cina, paradossalmente avrebbe ancora passi da compiere sia sulla strada della democrazia sia su quella del commercio, non avendo ancora Pechino guadagnato lo status di economia di mercato. Ma tant'è.

La globalizzazione - è uno dei messaggi più ascoltati - deve essere difesa perché fa crescere l'economia; va probabilmente regolata ma mai cancellata con dazi e barriere, perché garantisce ricchezza e prosperità. E un'economia più forte e sana aiuta a ridurre le diseguaglianze sociali. Le quali, a loro volta, sono la ragione della crescita dei populismi, contro i quali a Davos è scattato l'anatema collettivo. L'analisi è corretta. Nel forum svizzero però è mancato il coraggio di evocare l'altro imputato. E nessuno ha pronunciato parole esplicite per dire che la globalizzazione si trasforma in un danno per quei paesi che sono imprigionati in una austerity che vanifica ogni vantaggio del libero mercato e del commercio, perché deprime gli investimenti, l'occupazione e i consumi. Ed essendo vissuta come la più diretta emanazione della politica europea è la causa prevalente di quel muro che fa perdere consensi tra le impoverite classi medie, oggi stanche, disilluse e inerti nella proposta, ma molto attive nella protesta.

Forse un velo di autocritica si è potuto cogliere nelle parole di Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario: "E' tempo che i leader politici ripensino profondamente le politiche economiche e monetarie, di fronte alla chiara risposta di delusione e protesta che arriva dai risultati politici in Europa o negli Usa". L'appello della Lagarde a più flessibilità non sembra aver smosso la durezza dell'organismo che presiede verso la Grecia - che convive con un'austerity a continuo rischio di accendere rivolte sociali - nè le certezze di Bruxelles verso l'Italia, che ha appena ricevuto la richiesta di correggere il suo deficit di 3,4 miliardi. L'Italia è inadempiente. Quindi deve fare il suo dovere, ha detto Moscovici in un'intervista. La Germania è inadempiente sul surplus commerciale, ha anche ammesso il commissario. Quindi dovrebbe fare altrettanto. La differenza è nell'aver usato per i tedeschi lo stesso verbo ma al condizionale, dando l'idea che possano essere usati criteri differenti. Attenzione, perché il populismo la grammatica la conosce. E punisce chi ne abusa.