Economia

Chi ha sbagliato nella partita Mps

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Il 23 dicembre 2016 il Governo Gentiloni ha varato un fondo di 20 miliardi di euro (decreto "salvarisparmio") per intervenire sul Monte Paschi, tutelare il risparmio e favorire il consolidamento del sistema bancario italiano. Il decreto era necessario e urgente: le difficoltà connesse al cambio di governo ne avevano procrastinato l'adozione. Il 17 gennaio di quest'anno, in un'audizione alle Commissioni congiunte Finanze di Camera e Senato, il Capo della Vigilanza di Banca d'Italia Carmelo Barbagallo ha specificato che al momento l'erogazione di fondi prevista è quella per la ricapitalizzazione di Mps. Si tratta di un ammontare di 6,5 miliardi di euro, inferiore a quello indicato dalla Bce (8,8 miliardi). Tra le misure previste vi è il ristoro ai piccoli investitori che hanno acquisito obbligazioni subordinate. Il meccanismo pubblico è stato attivato da una richiesta di sostegno straordinario del CdA di Mps. Circa i tempi, lo stesso Barbagallo ha spiegato che il CdA senese presenterà un piano industriale di ristrutturazione per gli inizi di febbraio; nel giro di alcune settimane è prevista l'autorizzazione della Commissione europea e della Bce. Ricordo che l'Assemblea straordinaria di Mps aveva dato mandato al CdA, il 23 novembre 2016, per un aumento di capitale di mercato di 5 miliardi, approvando il progetto predisposto dal CdA stesso. Nel corso dell'Assemblea, l'ad aveva dichiarato: "Ci metto la faccia, credo che il piano si possa portare in porto". La realtà è stata impietosa: il piano è naufragato, anche per l'atteggiamento ondivago della Bce sul quale il ministro Padoan ha espresso fondate rimostranze, ed è stato necessario correre ai ripari con il decreto "salvarisparmio". Come ho già avuto modo di osservare su queste pagine, le sorti di qualsiasi impresa poggiano in primo luogo su buone scelte e oculati comportamenti del CdA e del management. Questo è il fondamentale motivo per cui la grande maggioranza delle banche italiane è solida, nonostante la lunga fase recessiva, mentre un numero relativamente esiguo di banche malgestite ha accumulato perdite enormi. L'incapacità di elaborare e realizzare un piano industriale di ristrutturazione non può non essere elemento cardine di valutazione. Mps chiede oggi un supporto pubblico per un ammontare dell'ordine di 10 volte il suo ultimo valore di mercato. Gli elementi fattuali esposti inducono a porsi talune domande di fondo sulle quali manca un dibattito. In primo luogo, la banca-impresa ha caratteristiche peculiari. I depositi e la fiducia negli intermediari sono cardini del risparmio, e allora non si può non porre il problema dei tempi e delle modalità di decisione per sciogliere le situazioni di crisi. Il meccanismo europeo è inadatto a rispondere ai requisiti di tempestività e a prevenire l'intreccio perverso tra rischio di liquidità e rischio di insolvenza. Il sovrapporsi di centri di responsabilità europei e nazionali e la scarsa chiarezza e trasparenza dei processi mettono a repentaglio la stabilità finanziaria, che dovrebbe essere l'obiettivo principale. In secondo luogo, visto il verdetto del mercato e le somme in gioco (il valore di Mps, espressione degli interessi degli azionisti, e l'ammontare dell'intervento pubblico) ci si può domandare se non sarebbe stato preferibile attivare la procedura di intervento precoce (Regolamento Ue/2014/806) prevista dal nuovo meccanismo, con sostituzione del CdA e tempestiva definizione da parte della "amministrazione temporanea" scelta dalle autorità di un piano industriale realizzabile, concordato con Bruxelles e Francoforte. In caso contrario, sarebbe inevitabile l'avvio di una procedura di risoluzione, con tutti i rischi ad essa connessi. Rammento che a partire dal 2008 - per far fronte all'improvvida decisione degli organi della Banca (non sanzionata dall'Autorità di Vigilanza) di acquisire Antonveneta, apparentemente senza la necessaria due diligence - Mps ha richiesto (con l'operazione attuale) 20 miliardi di capitale aggiuntivo, ai quali si devono aggiungere le emissioni di obbligazioni subordinate, con piani industriali sistematicamente disattesi e corrispondente distruzione di valore. Le considerazioni svolte consentono anche di valutare l'altra questione che ha incancrenito il dibattito su Mps, ovvero, se si debba pubblicare l'elenco dei grandi prenditori di fondi inadempienti, da additare a pubblico ludibrio. Così facendo, si inverte l'onere di colpevolezza. Se ci sono state - com'è presumibile dall'evidenza che comunque è stata resa disponibile con fughe di notizie - incestuose commistioni fra banca, politica e imprenditori, la prima responsabilità sta, di nuovo, su chi ha condotto Mps, a partire dal peccato originale Antonveneta. Al riguardo, si pone in subordine un ulteriore quesito che mette in discussione l'impianto di valutazione del rischio di credito attraverso i cosiddetti modelli interni di Basilea: o gli amministratori hanno "gamed the models" (e allora si pone un problema per gli amministratori, ma anche per la vigilanza), oppure quei modelli finiscono per deresponsabilizzare meccanicisticamente gli uni e gli altri e diventano controproducenti. Ancora una notazione. Tutti i passaggi delicati sopraricordati hanno avuto l'avallo di più o meno illustri banche di investimento. Errare humanum est, ma perseverare... i meccanismi di clawback delle remunerazioni degli amministratori che hanno sbagliato dovrebbero essere estesi anche a tali banche. Un'ultima provocazione. Il caso delle banche italiane "risolte" (Marche, Etruria, Chieti e Ferrara) e di quelle in difficoltà propone una domanda: non sarebbe oggi opportuno rivedere la corporate governance per consentire un ruolo ai detentori delle obbligazioni subordinate? Essi hanno un meno aggressivo profilo rischio-rendimento e sono comunque chiamati a sopportare le conseguenze di scelte operate esclusivamente dagli azionisti.