Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Così scriveva Tito Livio, nelle sue Storie, criticando il Senato di Roma che perdeva tempo in discussioni mentre i cartaginesi assediavano Sagunto, nel 219 A.C. E la frase fu lanciata contro la politica inerte anche dal cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo durante le esequie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto della città siciliana ucciso dalla mafia. Tempo perso in parole, in sostanza, mentre altri si muovono con i fatti. La frase di Tito Livio può adattarsi anche trattati di Roma, di cui ricorrono il 25 marzo i 60 anni, e che verranno celebrati con manifestazioni e progetti di riforma. Godibili le prime, impercettibile le seconde.
Col risultato che mentre l'Europa politica discute i suoi sottili e permalosi equilibri, quella economica litiga e rischia di aprire le porte a conquistatori stranieri. Il caso esemplare di disunità è quello dei cantieri navali francesi Saint Nazaire, oggi Stx France, controllati dall'omonima corporation coreana ed in amministrazione controllata. Parigi ha bloccato l'operazione con la quale Fincantieri vuole rilevarne il controllo, provocando irritate reazioni politiche italiane, che hanno definito imprescindibile il fatto di avere la possibilità di investire senza pregiudizi sulla nazionalità. Di fronte alla reazione di Roma, già scottata dalle recenti scorrerie d'oltralpe su Mediaset, si profila un compromesso: che Fincantieri possa avere una quota rilevante, ma non la maggioranza. Alla Francia rimarrebbe una forte quota azionaria, con il 33 per cento in mano allo Stato e il relativo potere di blocco. Altre quote minori, italiane o francesi, andrebbero a colmare gli spazi di capitale rimasti.
La premessa non è confortante. In una società è decisivo il fatto che la governance indichi con chiarezza chi comanda, e Fincantieri è scesa in campo per avere mano libera nella gestione delle attività industriali che può implementare con le sinergie delle sue attività, creando un colosso europeo. Solo con la maggioranza assoluta o altre formule che diano eguali poteri l'accordo ha un senso. E se l'impasse anziché un compromesso generasse un aspro confronto tra posizioni potrebbero profilarsi due soluzioni. La prima è una nazionalizzazione della Stx, grazie al diritto di prelazione che la Francia vanta sulla quota nel mirino italiano. La seconda è che la società, dopo aver assaggiato la cura coreana conclusasi con il fallimento, diventi preda di un altro protagonista dei mari, magari cinese. Insomma, a tutti ma non a un concorrente italiano. Il che fa riflettere non solo sulla reciprocità tra Roma e Parigi negli affari, ma anche sul concetto di quella cosa che a volte senza ragione si chiama Unione Europea.
Col risultato che mentre l'Europa politica discute i suoi sottili e permalosi equilibri, quella economica litiga e rischia di aprire le porte a conquistatori stranieri. Il caso esemplare di disunità è quello dei cantieri navali francesi Saint Nazaire, oggi Stx France, controllati dall'omonima corporation coreana ed in amministrazione controllata. Parigi ha bloccato l'operazione con la quale Fincantieri vuole rilevarne il controllo, provocando irritate reazioni politiche italiane, che hanno definito imprescindibile il fatto di avere la possibilità di investire senza pregiudizi sulla nazionalità. Di fronte alla reazione di Roma, già scottata dalle recenti scorrerie d'oltralpe su Mediaset, si profila un compromesso: che Fincantieri possa avere una quota rilevante, ma non la maggioranza. Alla Francia rimarrebbe una forte quota azionaria, con il 33 per cento in mano allo Stato e il relativo potere di blocco. Altre quote minori, italiane o francesi, andrebbero a colmare gli spazi di capitale rimasti.
La premessa non è confortante. In una società è decisivo il fatto che la governance indichi con chiarezza chi comanda, e Fincantieri è scesa in campo per avere mano libera nella gestione delle attività industriali che può implementare con le sinergie delle sue attività, creando un colosso europeo. Solo con la maggioranza assoluta o altre formule che diano eguali poteri l'accordo ha un senso. E se l'impasse anziché un compromesso generasse un aspro confronto tra posizioni potrebbero profilarsi due soluzioni. La prima è una nazionalizzazione della Stx, grazie al diritto di prelazione che la Francia vanta sulla quota nel mirino italiano. La seconda è che la società, dopo aver assaggiato la cura coreana conclusasi con il fallimento, diventi preda di un altro protagonista dei mari, magari cinese. Insomma, a tutti ma non a un concorrente italiano. Il che fa riflettere non solo sulla reciprocità tra Roma e Parigi negli affari, ma anche sul concetto di quella cosa che a volte senza ragione si chiama Unione Europea.