Un gasdotto di 878 chilometri e, in fondo, il muro delle comunità locali. La storia del Tap, il Trans Adriatic Pipeline, che porterà il gas dal Mar Caspio all'Europa attraversando l'Adriatico e approdando in Puglia, è la classica vicenda italiana di un'opera di cui viene riconosciuta l'utilità per la collettività, a patto che venga fatta in modo diverso da quello programmato e lontano da dove è localizzata, infilandosi così in un tunnel oscurato dai disegni politici. Un percorso al termine del quale, spesso, l'opera stessa viene abbandonata. Che il gas sia utile, economico e pulito rispetto ad altri combustibili più inquinanti è cosa nota. Lo riconosce persino Michele Emiliano, governatore della Puglia, candidato segretario del Pd e fiero contestatore del Tap. A proposito dell'Ilva di Taranto, acciaieria inquinante a carbone, Emiliano diceva: "L'alternativa può essere il gas che sta per arrivare con il gasdotto Tap, a cui siamo favorevoli". Precisando però di non essere favorevole "al luogo di approdo". In sostanza, se un danno ambientale deve esserci, come è sostenuto da alcune comunità locali, lo si provochi da un'altra parte. Magistrato e politico decisionista, il governatore della Puglia in campagna elettorale ha regalato anche un altro caposaldo della sua "Emilianomics". A Porta a Porta, davanti a Bruno Vespa, ha detto a proposito del caso Consip: "Se divento segretario del Pd la Consip la chiudo". Sfugge il legame diretto tra il segretario di un partito e un organismo nato con una legge dello Stato. E, nell'eventualità di un successo alle primarie del Pd e successivamente alle elezioni nazionali, sfugge anche quello tra Consip e governo, avendo Emiliano dichiarato che "la figura del segretario e quella del premier devono essere separate", perché deve essere "abolita l'idea di un uomo solo al comando". Potrebbero essere considerate soltanto scaramucce legate al calendario politico, ma non si può non considerare che un gasdotto che attraversa 4 paesi trovi opposizione solo in Italia, col risultato di indebolire l'immagine del paese nel contesto internazionale. Giova ricordare allora cosa successe al rigassificatore di Brindisi, altra opera giudicata strategica per il settore energetico italiano. Il progetto era nato nel 2002 per iniziativa di British Gas, che voleva far arrivare nel porto di Brindisi 8 miliardi di metri cubi di gas naturale, con un investimento di 500 milioni. Regione, Provincia e Comune si opposero, in un vortice di polemiche. La storia è finita così: nel 2012 British Gas getta la spugna e ritira il progetto, dopo aver speso 250 milioni di euro. Allora il gas che serviva al paese si arrestò davanti alla presunta difesa della costa. Stavolta si alza la barriera di un centinaio di ulivi. Che, a differenza del vecchio partito di cui portano il nome, sembrano concimati con cattiva politica.