<p>La crisi bancaria non morde più come prima, la disoccupazione sembra in ritirata, la crescita economica bussa (piano) alla porta. L’Italia è ripartita? I segnali che arrivano inducono ad un moderato ottimismo. Meno tranquillizzante è il quadro che si profila per il Paese all’indomani delle prossime elezioni: con la legge elettorale vigente in tanti prevedono frammentazione politica e instabilità. Che questo si debba necessariamente tradurre in instabilità economica non è però così certo. Tanto per fare un esempio, la Spagna in passato è stata per quasi un anno senza governo, paralizzata dall’equilibrio tra i popolari di Mariano Rajoy, le spinte opposte di Podemos e Ciudadanos e la debolezza del Psoe. Non solo l’economia non ne ha risentito, ma aver potuto gestire l’ordinaria amministrazione senza deviazioni dalla linea di austerità imposta dalla Ue e accettata da Madrid, ha permesso al paese di uscire dalla crisi e registrare un Pil in crescita esponenziale del 3 per cento nel 2016. Prima era successo anche al Belgio. Nelle elezioni di giugno 2010 la vittoria nelle Fiandre degli indipendentisti ed in Vallonia dei socialisti aveva prodotto una situazione di stallo irrisolvibile. Il Paese si era avvitato in una lunga crisi politica che aveva portato il paese a subire il declassamento delle agenzie di rating. La reazione era stata alla fine un accordo d’emergenza con una finanziaria molto severa, l’abbattimento del deficit, la nazionalizzazione delle banche in crisi. Il risultato finale? Oltre cinquecento giorni senza governo e due anni di crescita, con il Pil in salita del 2 per cento. Nella situazione di Spagna e Belgio adesso si trova l’Olanda. Il premier uscente Mark Rutte tenta inutilmente dal 15 marzo scorso di trovare un accordo per un nuovo esecutivo, dopo aver sventato il pericolo di una deriva ultrapopulista. Il governo resta in carica per l’ordinaria amministrazione e secondo le grandi banche del paese il Pil è lanciato verso una crescita del 3 per cento a fine anno, meglio di Germania e Francia. Facendo un paragone un po’ azzardato anche l’Italia sta facendo qualcosa di simile. Quando Matteo Renzi si è dimesso, nel novembre 2016, il Pil viaggiava verso una crescita dello 0,8 per cento. Adesso con le riforme avviate, il tasso di litigiosità ridotto e profittando della congiuntura favorevole, la crescita è stimata quasi nel doppio: 1,5% a fine anno. A riprova del fatto che il bazooka della Bce è utile e sempre pronto a intervenire, come ha fatto, per puntellare il sistema. Ma – guardando al futuro - che le munizioni migliori per l’economia sono l’assenza di promesse avventate, di risse europee, di decrescite felici e di appelli all’uscita dall’euro. Insomma, il vero bonus è la normalità. </p>
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