L'Unione Monetaria Europea è nata con una gamba sola: quella della moneta, appunto. Per quanto larga sia, quell'unica gamba non ha permesso all'Eurozona di resistere alla violenza della crisi finanziaria del 2007-08 e anzi ha permesso che precipitasse in una crisi economica profonda e asimmetrica (che ha cioè colpito di più e più a lungo, alcuni paesi rispetto ad altri). La seconda gamba - l'unione bancaria - è ancora troppo corta e fragile (manca un'assicurazione comune dei depositi degna di questo nome). La terza gamba - l'unione fiscale - non è neppure entrata in produzione. Certo ci sono le regole fiscali. Ma non si ha la sensazione che, tutte insieme, facciano una gamba fiscale degna di questo nome, mentre è certo che: 1) non hanno prodotto risultati positivi in termini di minor disoccupazione e maggiore crescita; 2) hanno contribuito a far aumentare il rapporto tra debito e Pil (perché hanno accentuato la caduta del Pil più di quanto abbiano contribuito a ridurre il debito) tra il 2011 e il 2013-14. Un'unione monetaria ha certamente bisogno di regole, ma non è vietato scriverne di intelligenti invece che affidarsi solo a quelle stupide. In ogni caso le regole non bastano a fare una gamba fiscale robusta. Le regole sono generalmente disegnate con l'obiettivo di assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche (debito e deficit) dei paesi membri dell'unione monetaria. Ma non hanno permesso (nonostante le varie riforme del triennio 2010-2012) di realizzare politiche seriamente anticicliche nei paesi ad alto debito che, proprio a causa di quel debito, venivano etichettati come privi di "spazio fiscale". Tra questi, ovviamente, anche l'Italia. E non bastano neanche gli stabilizzatori automatici nazionali (tasse, sussidi di disoccupazione, ecc.) che non hanno la forza di assorbire gli shock asimmetrici o quelli simmetrici troppo grandi. Se "la politica fiscale è un potente strumento della politica macroeconomica" - come ha scritto recentemente il presidente dello European Fiscal Board Niels Thygesen - tanto più lo è in una unione monetaria in cui la Banca Centrale mantiene una politica monetaria "accomodante" (che cioè tiene i tassi bassi e fornisce al sistema tutta la liquidità che richiede). Ma una politica fiscale discrezionale confinata a livello strettamente nazionale rischia sia di infrangersi contro i limiti già detti dello "spazio fiscale" sia di non tenere conto degli spillover (letteralmente tracimazione) tra un paese e l'altro e quindi di risultare, asseconda dei casi, sovra o sotto dimensionata rispetto alle esigenze dell'unione nel suo insieme. Le vie d'uscita sono due, non necessariamente alternative e forse da porre in sequenza: 1) il coordinamento delle politiche fiscali e 2) la costituzione di un bilancio comune dell'Eurozona (su cui tornerò in un prossimo articolo). La prima via richiede, quantomeno, la definizione di una fiscal stance obiettivo (cioè un obiettivo di espansione o di restrizione fiscale) per correggere gli squilibri ciclici dell'intera Eurozona, tenendo conto degli spillover di cui sopra. L'obiettivo aggregato dovrà essere fissato da un soggetto sovra-nazionale - per esempio un ministro delle finanze politicamente responsabile di fronte a un'assemblea dei parlamentari europei eletti nell'Eurozona - in base a criteri concordati tra la Commissione Europea e i ministri economici e finanziari dei paesi membri e venga assegnato a ciascun paese il compito di contribuire a quell'obiettivo in proporzione, anche modificando la composizione della sua spesa al fine di favorire il raggiungimento della fiscal stance appropriata. Il che richiede di tenere conto di quanto ciascun paese contribuisca agli squilibri dell'Eurozona e di quanto possa contribuire a correggerli, in relazione allo spazio fiscale di cui dispone. Il problema di questo approccio è che, in ultima analisi, l'attuazione dei compiti definiti a livello "federale" deve pur sempre essere lasciata ai singoli governi. Nel 2016, la Commissione Europea e il Parlamento Europeo hanno premuto l'acceleratore per la definizione di una fiscal stance obiettivo a livello europeo che fosse più espansiva di quella prevista per il 2017. Il Parlamento Europeo ha anche incaricato autorevoli studiosi di elaborare proposte per la definizione della fiscal stance obiettivo. La Commissione ha però finito per ripiegare nell'affermazione che "il disegno di una fiscal stance appropriata per l'area Euro è responsabilità individuale e collettiva degli stati membri". I quali, nel dicembre del 2016, hanno risposto che la fiscal stance per il 2017 era appropriata e - nelle parole del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem - che forse "qualche paese membro (leggi Germania n.d.r.)può, se così sceglie, utilizzare la propria favorevole situazione di bilancio per rafforzare la propria domanda interna e il proprio potenziale di crescita". Ma può anche decidere di non fare niente. Come puntualmente avvenuto. Coordinamento almeno rinviato. </p>