La fabbrica cinese va a tutto export, così il mondo rischia una guerra commerciale
di Filippo SantelliL'incontro tra Xi jinping e il presidente francese Macron lo scorso anno in Cina. Il leader cinese ricambia la visita in questi giorni
In principio, made in China furono i vestiti. Poi è venuto l’acciaio. Ora sono pannelli solari e auto elettriche. In futuro i chip e forse gli aerei. Il mondo è alle prese con una nuova ondata di esportazioni cinesi e, a sentire le analisi degli esperti e gli allarmi dei politici, è solo l’inizio. Di fronte al rallentamento dell’economia, dovuto all’esplosione della bolla immobiliare, il regime comunista ha dato ancora più gas – cioè investimenti e sussidi – a un altro tradizionale motore di crescita: la manifattura, in particolare nei settori strategici per la sfida tecnologica con gli Stati Uniti. La “fabbrica del mondo” vuole allargarsi ancora, e aggiornarsi a quelle che Xi Jinping chiama “le nuove forze produttive”, convinta che i suoi beni troveranno come sempre un mondo di compratori. Questa volta, però, il mondo pare meno disposto a comprare: teme di consegnare a Pechino il controllo delle filiere strategiche per la transizione verde, condannandosi a una simmetrica deindustrial…
In principio, made in China furono i vestiti. Poi è venuto l’acciaio. Ora sono pannelli solari e auto elettriche. In futuro i chip e forse gli aerei. Il mondo è alle prese con una nuova ondata di esportazioni cinesi e, a sentire le analisi degli esperti e gli allarmi dei politici, è solo l’inizio. Di fronte al rallentamento dell’economia, dovuto all’esplosione della bolla immobiliare, il regime comunista ha dato ancora più gas – cioè investimenti e sussidi – a un altro tradizionale motore di crescita: la manifattura, in particolare nei settori strategici per la sfida tecnologica con gli Stati Uniti. La “fabbrica del mondo” vuole allargarsi ancora, e aggiornarsi a quelle che Xi Jinping chiama “le nuove forze produttive”, convinta che i suoi beni troveranno come sempre un mondo di compratori. Questa volta, però, il mondo pare meno disposto a comprare: teme di consegnare a Pechino il controllo delle filiere strategiche per la transizione verde, condannandosi a una simmetrica deindustrializzazione.
Nella settimana in cui Xi arriva in Europa, la parola chiave è quindi overcapacity, eccesso di capacità produttiva. L’accusa verso la Cina, tra le democrazie liberali e non solo, è sussidiare l’ulteriore espansione di un apparato industriale già ipertrofico e sotto-utilizzato, permettendo alle aziende di investire senza curarsi di fare profitto, per poi esportare prodotti a prezzi tali da sbaragliare i concorrenti stranieri.
Stessa storia, ma diversa
Del resto La strategia di crescita cinese ha sempre funzionato così. Basta ricordare quanto successo tra il 2014 e il 2016, quando in risposta alla grande crisi finanziaria il regime lanciò un mega piano di stimoli infrastrutturali, che provocò una iper produzione in settori come acciaio ed alluminio. La storia si ripete, avverte ora il think tank Rhodium, che nota come il tasso di utilizzo della capacità industriale sia tornato sotto al 75%, dove non scendeva proprio dal 2016. Nel frattempo la stretta sul settore immobiliare unita all’enfasi politica sull’autarchia industriale innesca un gigantesco spostamento di investimenti, sussidi e prestiti bancari (pure orientati dal regime) da edilizia e industria pesante verso la manifattura, vecchia e nuova. Lì in mezzo c’è di tutto. Campioni dell’auto come Byd o Saic che hanno usato aiuti e protezioni per diventare innovativi ed efficienti, eccellenze industriali che la propaganda di regime cita per difendersi dalle accuse di distorcere il mercato. Ma anche aziende con margini irrisori, o in perdita, che cercano comunque di aumentare la scala convinte che alla fine varrà la legge del più grande.
Per tutti, vista la debolezza della domanda interna, le esportazioni sono lo sfogo. Negli ultimi mesi l’export di pannelli solari e auto è cresciuto del 40 e del 70%. Dopo il Covid il surplus commerciale della Cina è decollato, avvicinandosi al 2% del Pil globale. Ma «gli effetti di questa espansione di capacità non sono ancora tutti visibili», avverte Rhodium. Se i riflettori sono puntati sui prodotti “verdi”, dove il regime ha iniziato a investire anni fa, i prossimi potrebbero essere gli aerei o i chip. Magari non i microprocessori più avanzati, dove i boicottaggi americani fanno male, ma quelli più tradizionali, comunque decisivi per elettronica, automotive e difesa.
Il mondo alza barriere
Questa volta però il mondo è meno disposto ad assorbire gli eccessi cinesi, visto che a tutte le latitudini autonomia strategica e rilocalizzazione produttiva sono i nuovi mantra. Il presidente americano Joe Biden ha inserito nel suo piano multimiliardario di investimenti “verdi” una serie di clausole protezionistiche che escludono i prodotti stranieri, e nel recente viaggio a Pechino la segretaria al Tesoro Janet Yellen ha detto che «l’inondazione» di merci cinesi rappresenta una minaccia per le aziende Usa. Trump ha già promesso dazi al 60%, se dovesse venire eletto.
Sul piano degli investimenti l’Europa insegue, ma anche lei ha rafforzato gli strumenti di difesa e lanciato un’indagine sulle importazioni di auto elettriche cinesi che potrebbe portare a breve all’aumento dei dazi, ora al 10%. Uno dei grandi obiettivi della visita di Xi in Francia, è proprio ammorbidire il presidente francese Macron, che spinge per alzare la barriera. Le tappe successive in Serbia e Ungheria, Paesi amici oltre che vicini alla Russia, servono invece a mostrare che la Cina non esporta solo, ma investe: a casa di Orbán il leader comunista metterà la prima pietra di uno stabilimento di auto elettriche di Great Wall Motor, ennesima bandierina cinese nel Paese.
Xi può anche contare sulla prudenza di Olaf Scholz, preoccupato che il pugno duro danneggi i ricchi interessi delle aziende tedesche in Cina. La presenza di Scholz a Parigi, a fianco di quella già confermata della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è una delle ultime incognite del vertice organizzato da Macron. Nel complesso però è difficile che i suoi messaggi di apertura cambino la percezione in Europa. «La natura sistematica del surplus e delle distorsioni di mercato mettono la Cina sulla strada di uno scontro commerciale con il mondo», scrive Rhodium. E la cosa interessante è che la reazione non si limita ai soli Paesi sviluppati: anche Brasile e Sudafrica, parte di quei Brics che Xi vorrebbe rendere un direttorio globale concorrente agli Usa, indagano sul dumping cinese.
Venti di guerra (commerciale)
La nuova strategia della Cina potrebbe insomma rivelarsi dannosa per le relazioni e inefficace per sostenere la crescita: una bolla produttiva «altrettanto insostenibile di quella immobiliare», ha scritto Alicia Garcia Herrero, capo economista Asia di Natixis. Molti analisti, anche cinesi, ritengono che il vero problema di Pechino sia l’eccessiva dipendenza dagli investimenti e che andrebbe corretto in modo diverso, redistribuendo ricchezza e risorse a cittadini i cui consumi restano bassi. Ma questa rivoluzione Xi non vuole farla, per non perdere il potere di orientare l’economia verso i settori chiave per la potenza nazionale, e anche per un’avversione culturale del Partito comunista verso i sistemi di welfare “all’Occidentale”.
La fabbrica cinese continuerà a ingrandirsi, cercando clienti oltre confine. E l’incognita, a questo punto, è se e come Usa ed Europa calibreranno le risposte. Proprio in questo senso Matthew Klein, autore del best seller Le guerre commerciali sono guerre di classe, suggerisce di rovesciare l’intero problema in termini di “sottoconsumo”, anziché “eccessiva produzione”. Nel concreto, per le democrazie liberali, si tratta sempre di difendere le proprie industrie. ma con un diverso obiettivo finale: non far produrre di meno la Cina, bensì «consumare e produrre tutti di più, noi e la Cina». Serve ad evitare un gioco a somma zero, una guerra di dazi e protezionismi che finirebbe per rallentare la transizione verde e rendere il mondo più povero. E che oggi appare un rischio molto concreto.