Economia

Banche italiane solide
ma rendono sempre meno

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MILANO - C'è una notizia buona e una cattiva nel diciottesimo Rapporto sul sistema finanziario italiano, realizzato dalla Fondazione Rosselli e curato da Giampio Bracchi e da Donato Masciandaro. La notizia buona è una conferma: il nostro modello di Banca commerciale territoriale, come è stata definita dalla corposa ricerca, è solido ed è passato quasi indenne dalla spaventosa crisi finanziaria (e non solo) che si è abbattuta sul mondo occidentale. Dall'inizio della crisi, infatti, il capitale di migliore qualità è salito dal 7,1% al 10,7% dell'attivo; restringendo il campione alle prime cinque banche, il miglioramento passa dal 5,7% al 10,9%. Non solo, l'intervento dello Stato, a sostegno delle banche in crisi, è praticamente irrilevante: l'aiuto pubblico (Mps inclusa) si ferma allo 0,3% del Pil in Italia, contro l'1,8% della rigorosissima Germania, il 5,1% dei Paesi Bassi e il 5,5% della Spagna, tanto per fare qualche esempio a caso (e senza voler infierire, considerando anche il 40% dell'Irlanda).

Anche la cattiva notizia non è una rivelazione totale: le banche italiane rendono poco, anzi rendono sempre di meno. Semmai, è innovativa l'analisi, nella parte in cui sottolinea che le cattive performance dei nostri istituti di credito dipendono solo in misura limitata dalla profondissima recessione, che ha ridotto la qualità del credito e dunque appesantito i conti con svalutazioni e accantonamenti. Le ragioni strutturali, emerse negli ultimi anni ma non dipendenti dalla crisi, sono la caduta tendenziale dei ricavi, cui si è accompagnata una caduta minore dei costi, con troppi sportelli e un livello di cost/income da anni Settanta.

Uno sguardo alle cifre, sintetizzate in particolare dallo studio di Giuseppe Lusignani e Marco Onado, non lascia spazio a dubbi: nel 2011 il rapporto tra utili netti e gli attivi totali (il Roa) ha fatto segnare una discesa a picco dal 2010 ed è ai livelli minimi dal 1974. Valori negati anche per il più comune Roe e anche in questo caso ai minimi di periodo, peggio del '94-'97, i punti più bassi ancora una volta dal '74 in poi. Del resto, le commissioni delle banche rappresentano il 36% di quanto fossero nel 1986 e il margine di interesse oggi è un terzo di quello che pesava nei bilanci bancari nel '90. Né c'è da aspettarsi molto di meglio, nel breve termine: di sicuro, non aumenteranno i tassi di interesse (lo ha confermato pochi giorni fa il presidente della Bce, Mario Draghi) e di conseguenza le banche commerciali non guadagneranno dall'attività tipica.

Del resto, volendo usare un metro forse grossolano ma efficace, quello degli utili aggregati del sistema bancario, si vede che nel 2012 questi sono crollati a un miliardo (complessivo) rispetto ai cinque dell'anno prima. Un valore - spiega ancora lo studio - che si trasforma in una perdita aggregata di 1,8 miliardi se si aggiungono le rettifiche delle componenti straordinarie dei bilanci, come le svalutazioni di acquisizioni passate. E' pur vero che "abbiamo avuto nove trimestri consecutivi di recessione, vedremo sicuramente il decimo e speriamo di non avere l'undicesimo", come ha sottolineato Gregorio De Felice, capo economista di Intesa SanPaolo, secondo il quale si tratta del "più lungo periodo di crisi dal dopoguerra", ma per spiegare il declino del sistema bancario italiano non basta. Alle facili ricette di tagli di costi occorre aggiungere qualche soluzione più strutturale.