Economia

La partita del Qatar sul Crédit Suisse.
In gioco il controllo della banca svizzera

Se i fondi propri del seconto istituto elvetico dovessero scendere sotto il 7 per cento degli attivi, la famiglia Al-Thani potrebbe convertire un prestito da 4,5 miliardi di franchi in azioni. Così salirebbe al 20 per cento del capitale, spostando gli equilibri di potere. Ma dai piani alti rassicurano: "Non succederà"

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LUGANO - Uno gnomo trasformato in emiro. O, meglio, la seconda banca svizzera per importanza nelle mani di una delle famiglie più ricche del Golfo, gli Al-Thani che regnano sul Qatar. Potrebbe toccare al Crédit Suisse come scrive il settimanale Matin Dimanche. "L'emirato è a un passo dal prendere il controllo del 20 per cento del Credit Suisse", titola il giornale, ricordando come il fondo Qatar Holding, che nel 2008 aiutò l'istituto guidato da Brady Dougan ad uscire dalla crisi, oggi continua a vantare un credito di 4,5 miliardi di franchi, oltre 3,6 miliardi di euro, nei confronti della grande banca svizzera. Il 23 ottobre quella montagna di quattrini si è trasformata in obbligazioni convertibili. Ed è qui, stando a diversi addetti ai lavori, che si nasconde il meccanismo attraverso il quale la famiglia Al-Thani potrebbe impossessarsi del Credit Suisse.

Quelle obbligazioni, infatti, se l'ammontare dei fondi propri della banca dovesse scendere sotto il 7 per cento degli attivi, si trasformerebbero in azioni e i qatarioti si troverebbero a disporre della quota di maggioranza. Un bel 20 per cento che sposterebbe da Zurigo al Medioriente gli equilibri di potere all'interno del Crédit Suisse. Nel cui cda siede, già da tempo, Jassim bin Jahr al-Thani, l'erede 31 enne dell'emiro del Qatar. La prospettiva di finire sotto il controllo degli arabi non esiste, secondo la direzione del Crédit Suisse, il quale rassicura che la politica di risanamento dei propri conti terrà lontana la banca da quel fatidico 7 per cento. Fatto sta che, ancora alla fine dello scorso anno, il suo livello di fondi propri era poco distante, visto che ammontava al 7,5 per cento.

Contemporaneamente, a Brady Dougan e ai suoi uomini, era giunta una dura reprimenda della Finma, l'autorità di vigilanza sui mercati finanziari. "Aumentate le riserve in tutti i modi possibili", il tenore del monito. Oggi, stando al portavoce dell'istituto di credito, Marc Dosch, i fondi propri avrebbero raggiunto il 16 per cento, ma la sua dichiarazione non scioglie i dubbi sulla possibilità che la famiglia Al-Thani possa vincere la partita. "È appena cominciata, anche se Brady Dougan pensa di essere il più furbo", il commento di un banchiere. Per il quale "quel la soglia del 7 per cento, decisa al momento di concedere il prestito, denota un'astuzia degna di Warren Buffett".  Ancora più drastico il giudizio di Roby Tschopp, direttore dell'associazione di difesa degli azionisti, Actares. "Crédit Suisse - dice convinto - non è mai stato così vicino ad essere controllato da un solo azionista. Per giunta straniero". Insomma quegli stessi Al-Thani che devono parte della loro notorietà al fatto di essersi impossessati del Paris Saint-Germain di Ibrahimovic e Thiago Motta, starebbero per far loro uno dei pilastri del sistema bancario svizzero. E gli gnomi stanno a guardare.