Economia

Spariscono i capitali italiani in Svizzera.
La ticinese Bsi licenzia 160 dipendenti

L'istituto, di proprietà di Generali fino a poco tempo fa, taglierà principalmente a Lugano. Pesa l'operazione "trasparenza" che il governo ha avviato su pressione internazionale. La banca: "Efficientamento necessario, faremo le scelte socialmente più responsabili"

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LUGANO - Nuovo scossone per la piazza finanziaria svizzera. La BSI, Banca della Svizzera Italiana, il più antico istituto del Canton Ticino, creato a Lugano nel 1873, licenzia parte del personale, di qui alla fine del prossimo anno. Sono 160 le persone che perderanno il posto di lavoro globalmente, 140 delle quali impiegate, attualmente, nelle sedi ticinesi, principalmente a Lugano.

La misura segue di poco il passaggio, avvenuto in luglio, della BSI dalla galassia Generali al gruppo brasiliano BTG Pactual per 1,5 miliardi di franchi, circa 1,2 miliardi di euro. A poco più di un mese dall'annuncio del cambio di proprietà parte una massiccia ristrutturazione, che il management dell'istituto aveva già predisposto da tempo. "I brasiliani - ha spiegato alla radio pubblica il giornalista economico, Alfonso Tuor - vogliono un miglioramento dell'efficienza della banca". "Sulla piazza bancaria ticinese - ha, quindi, ricordato l'esperto - è in corso una riduzione strisciante di posti di lavoro".

Da parte dell'istituto, si precisa però che si tratta di un programma di efficientamento che ha radici più antiche. "Come già annunciato in diverse occasioni, Bsi ha lanciato a inizio 2014 un programma volto a incrementare l'efficienza organizzativa e operativa della banca attraverso una riduzione delle complessità e una maggiore focalizzazione sui mercati e segmenti più profittevoli. Tale programma prevede anche una riduzione dei costi operativi, partita a luglio, e di quelli del personale. Per quel che riguarda le spese del personale, dopo che la banca ha operato sui costi non riguardanti i posti di lavoro, si è reso necessario intervenire con una riduzione dell'organico di gruppo attualmente stimata in circa 160 unità sia nelle sedi svizzere che in quelle estere. Tali interventi, che saranno attuati progressivamente da ottobre 2014 a dicembre 2015, riguarderanno principalmente il Ticino dove la banca conta circa la metà dei dipendenti, mentre per il resto della Svizzera e nelle altre sedi estere prevediamo un impatto marginale". Restano attive le trattative con "la Commissione del Personale e le parti sociali per individuare un piano sociale che contenga le misure socialmente più responsabili e sostenibili per cui il piano è ancora soggetto a modifiche".

Toni preoccupati li ha usati, l'esponente socialista Martino Rossi, capogruppo del suo partito in Consiglio Comunale, a Lugano. "Dal 2007, quindi dalla vigilia dello scoppio della crisi finanziaria, il settore bancario ha già ridotto i suoi collaboratori di 1.170 unità", ha detto Rossi. Il principale problema della BSI, che nel periodo più difficile attraversato dall'economia mondiale si è ritrovata con una struttura poco agile, anche perché si era da poco accollata la Gottardo, l'ex-banca di Roberto Calvi, si chiama "strategia del denaro pulito". Quella che ha deciso di adottare il Governo elvetico, per allentare la pressione della comunità internazionale, sulla Svizzera, accusata di aver dato rifugio a centinaia di miliardi di dollari ed euro in fuga.

Una strategia che le grandi banche, tipo Ubs e Credit Suisse, hanno immediatamente abbracciato, chiedendo alla clientela con averi non dichiarati di regolarizzarli, ma che ha messo in difficoltà molti istituti medio-piccoli, quali la Bsi, da sempre rifugio di capitali italiani. Una parte dei quali è già rientrata in patria, con i diversi scudi del Ministro Tremonti, mentre un'altra parte, quella più irriducibile alle regolarizzazioni, ha preso la via di piazze offshore esotiche quali Panama, Antigua e Bahamas.

Quanto rimasto nei forzieri ticinesi attende, con impazienza, la conclusione dell'accordo fiscale tra Berna e Roma che, tuttavia, sembra al momento nell'impasse. "Speriamo arrivi presto, da un lato ci permetterà di regolarizzare il passato, dall'altro di affrontare il futuro con nuove strategie per la clientela", l'auspicio di Franco Citterio, direttore dell'Associazione Bancaria Ticinese. Ma le prospettive, almeno per le banche non sistemiche, ovvero per i colossi che non possono fallire, non sono rosee. Si calcola, infatti, che circa il 25 per cento degli istituti di piccole dimensioni è destinato a sparire, mentre quelli che sopravviveranno saranno costretti a tagliare i posti di lavoro, come è stato il caso per la BSI.