Economia

L'Arabia Saudita lancia il suo primo bond. Obama è a Riad

Il Paese arabo colpito dalla crisi del prezzo del greggio ha deciso di ricorrere al mercato per finanziare il proprio bilancio: l'emissione obbligazionaria potrebbe raggiungere i 10 miliardi. L'allarme del Venezuela: "Il prezzo scenderà ancora"

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MILANO - L'Arabia Saudita è pronta a lanciare un prestito di 10 miliardi di dollari aiutata da alcune banche internazionali. L'iniziativa di Riad, annunciata da tempo, è dovuta alla necessità del primo esportatore mondiale di petrolio di fare i conti con i contraccolpi in bilancio a seguito dei bassi prezzi del greggio. Il regno saudita era inizialmente intenzionato a raccogliere tra i 6 e gli 8 miliardi per un prestito della durata di cinque anni. Tuttavia il ministero delle finanze avrebbe alzato il target avendo riscontrato una domanda significativa. Secondo le fonti citate da Reuters, l'operazione dovrebbe essere portata a termine entro fine mese. Per uno degli interlocutori dell'agenzia di stampa, tra le banche pronte a dare liquidità all'Arabia Saudita ci sarebbero Jp Morgan, Hsbc e Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj: ognuna di queste metterebbe sul tavolo 1,3 miliardi. L'intervento delle banche americane - che non commentano - arriva insieme alla visita in Arabia Saudita di Barack Obama a Riad per discutere delle crisi in Yemen e Siria. Non è escluso che anche le quotazioni del greggio finiscano sul tavolo delle discussioni.

Il crollo dei prezzi del petrolio - che pure non riesce a spingere la ripresa italiana - sta mettendo in ginocchio uno dopo l'altro i grandi produttori mondiali. Dopo l'Arabia Saudita, infatti, l'Alaska studia il ritorno delle imposte sui redditi dopo 35 anni di esenzioni per i residenti, mentre l'Oman ha annunciato un taglio alla spesa pubblica del 15,6%. Il peggio, però, potrebbe non essere ancora passato: secono il ministro del petrolio del Venezuela, Eulogio Del Pino, i prezzi del greggio toccheranno nuovi minimi dopo il fallimento dei negoziati di Doha, dove non si è riusciti a trovare un accordo per congelare la produzione.

"I prezzi - ha avvertito Del Pino - collasseranno se i produttori principali non raggiungeranno un accordo". Secondo quanto riporta l'agenzia russa Sputnik, Del pino ha annunciato che al prossimo meeting dell'Opec, che si terrà il 2 giugno a Vienna, saranno invitati anche Russia, Oman e Azerbaigian, tra i principali produttori di greggio non facenti parte dell'organizzazione. E il ministro dell'energia russo, Aleksander Novak, citato dalla Tass, ha spiegato che Mosca e Riad continueranno a "cooperare".

D'altra parte se da un lato il greggio che ha perso il 65% con quotazioni stabilmente sotto quota 40 dollari al barile rappresenta un bel risparmio per i grandi consumatori, dagli Stati Uniti all'Europa fino alla Cina; dall'altra è una vera spina nel fianco per i produttori che per il momento non paiono aver intenzione di toccare i livelli. Con il risultato, però, di avere entrate erariali pesantemente ridotte.

I paesi del Golfo sono in fondo tra quelli più duramente toccati dalla crisi e sono i primi ad aver messo in atto misure di austerità. Il Sultanato dell'Oman ha, per esempio, annunciato una serie di riforme per ridurre le propria dipendenza dal greggio: nel frattempo le spese caleranno da 36,6 a 30,9 miliardi di dollari, mentre le entrate attese per quest'anno sono pari a 22,3 miliardi di dollari con un calo sul 2015, pari al 26% (il deficit è stimato a 8,6 miliardi di dollari contro gli 11,7 miliardi dell'anno scorso).

A Natale, poi, l'Alaska aveva ventilato la possibilità di tornare a tassare i redditi sui residenti proprio per fronteggiare il tracollo del prezzo del petrolio su cui si fonda gran parte del bilancio statale: quest'anno, infatti, verranno a mancare due terzi dei ricavi del bilancio da 5,2 miliardi. Se il disegno di legge si rendesse necessario, si metterebbe fine a uno dei pilastri che ha fatto dell'Alaska un unicum nel panorama degli Stati Uniti, con quell'esenzione dal pagamento di imposte che ha reso attrattivo un territorio non certo amico dell'uomo dal punto di vista climatico.

Il callo delle quotazioni, però, ha inciso profondamente anche sulle casse dell'Arabia Saudita, il paese alla guida del cartello dell'Opec nononostante entrate per "soli" 162 miliardi di dollari ha mantenuto invariata a 260 miliardi la spesa pubblica. D'altra parte a incidere sul prezzo del barile è stata proprio la scelta dell'Opec di non tagliare la produzione, nonostante la domanda calante, per difendere le quote di mercato del cartello e mettere fuori gioco i produttori Usa dello shale, che hanno bisogno di prezzi elevati per rendere conveniente la loro costosa attività di estrazione.