MILANO - Una perquisizione, eseguita dalla Guardia di Finanza, si è svolta nella sede centrale della Banca Popolare di Vicenza, a Vicenza. I finanzieri hanno eseguito un provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica vicentina, che ha in corso un'inchiesta sulla gestione dell'istituto di credito, già guidato da Gianni Zonin, indagato con l'accusa di ostacolo alle autorità di vigilanza.
Un'operazione commentata dallo stesso istituto vicentino con una nota pomeridiana: "Dirigenti e funzionari della Banca Popolare di Vicenza hanno collaborato stamane con la Guardia di Finanza, che ha acquisito documentazione su eventi inerenti il periodo 2012-marzo 2015 nell'ambito delle indagini da tempo avviate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza, in relazione alle già note ipotesi di reato di aggiotaggio e di ostacolo alla vigilanza", si legge. "L'Amministratore Delegato della Banca Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, ha affermato che 'la Banca è la prima ad essere interessata a fare chiarezza sul passatò e, nel confermare la propria piena collaborazione e fiducia nell'operato della Magistratura, Iorio ha ribadito 'il proprio impegno incondizionato a ristabilire quel clima di rinnovata trasparenza e fiducia necessario per proseguire nel rilancio della Banca, a beneficio dei suoi clienti, azionisti, dipendenti e dei territori in cui la Banca opera'".
L'ispezione della Banca centrale europea aveva rivelato come la Popolare di Vicenza avesse trasformato casalinghe, pensionati, operai o qualsiasi altro genere di risparmiatori completamente privi di conoscenza finanziaria in accaniti traders di Borsa, o in smaliziati gestori di hedge fund. Secondo Francoforte questa operazione sarebbbe stata solo l'ultimo passatempo dei consigli di amministrazione delle banche alle prese con difficoltà patrimoniali. Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche sono stati tra i casi più clamorosi, ma a Vicenza hanno voluto strafare: è quello che è emerso dalla relazione della Bce secondo cui i profili di ben 58mila azionisti, tra vecchi e nuovi, non risultano in linea con le normative Mifid, la direttiva europea (Market in Financial Instruments directive) che, tra le altre cose, impone di classificare i clienti in modo adeguato per fornire loro servizi finanziari appropriati.
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"Gli aumenti di capitale del 2013 e del 2014 - si legge nel documento - sono stati portati a termine adottando un approccio non in linea con le normative Mifid, poiché la Bpvi non ha stilato il profilo di rischio completo dei clienti attraverso i test prescritti oppure li ha alterati a suo vantaggio". Gli ispettori hanno calcolato che sono stati almeno 29mila i nuovi sottoscrittori di titoli coinvolti. Altri 29mila azionisti, invece, a cui è stato offerto il diritto di prelazione, non sarebbero stati assistiti correttamente dalla banca, ma semplicemente informati con una lettera che avrebbero dovuto rispedire firmata in filiale. Nove su dieci dei destinatari contattati non hanno mai risposto.
Oltre alla fabbrica dei falsi profili, Zonin e i suoi manager hanno finanziato gli acquisti delle azioni e illuso i clienti con la possibilità di rivendere quei titoli alla banca. Ma tra gennaio 2013 e dicembre 2014, le richieste di riacquisto sono diventate insostenibili, tanto che la Vicenza si è trovata di fronte 15mila ordini dal valore complessivo di un miliardo di euro: a gennaio 2013 le richieste valevano solo 52,5 milioni di euro e ci volevano 28 giorni per evaderle. Alla fine del 2013 è stato calcolato che servivano 311 giorni. La banca non aveva mai segnalato nei prospetti informativi la possibilità di non essere in grado di garantire la liquidità sul titolo, comunicata solo a marzo del 2015 con una lettera.
Un'operazione commentata dallo stesso istituto vicentino con una nota pomeridiana: "Dirigenti e funzionari della Banca Popolare di Vicenza hanno collaborato stamane con la Guardia di Finanza, che ha acquisito documentazione su eventi inerenti il periodo 2012-marzo 2015 nell'ambito delle indagini da tempo avviate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza, in relazione alle già note ipotesi di reato di aggiotaggio e di ostacolo alla vigilanza", si legge. "L'Amministratore Delegato della Banca Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, ha affermato che 'la Banca è la prima ad essere interessata a fare chiarezza sul passatò e, nel confermare la propria piena collaborazione e fiducia nell'operato della Magistratura, Iorio ha ribadito 'il proprio impegno incondizionato a ristabilire quel clima di rinnovata trasparenza e fiducia necessario per proseguire nel rilancio della Banca, a beneficio dei suoi clienti, azionisti, dipendenti e dei territori in cui la Banca opera'".
L'ispezione della Banca centrale europea aveva rivelato come la Popolare di Vicenza avesse trasformato casalinghe, pensionati, operai o qualsiasi altro genere di risparmiatori completamente privi di conoscenza finanziaria in accaniti traders di Borsa, o in smaliziati gestori di hedge fund. Secondo Francoforte questa operazione sarebbbe stata solo l'ultimo passatempo dei consigli di amministrazione delle banche alle prese con difficoltà patrimoniali. Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche sono stati tra i casi più clamorosi, ma a Vicenza hanno voluto strafare: è quello che è emerso dalla relazione della Bce secondo cui i profili di ben 58mila azionisti, tra vecchi e nuovi, non risultano in linea con le normative Mifid, la direttiva europea (Market in Financial Instruments directive) che, tra le altre cose, impone di classificare i clienti in modo adeguato per fornire loro servizi finanziari appropriati.
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"Gli aumenti di capitale del 2013 e del 2014 - si legge nel documento - sono stati portati a termine adottando un approccio non in linea con le normative Mifid, poiché la Bpvi non ha stilato il profilo di rischio completo dei clienti attraverso i test prescritti oppure li ha alterati a suo vantaggio". Gli ispettori hanno calcolato che sono stati almeno 29mila i nuovi sottoscrittori di titoli coinvolti. Altri 29mila azionisti, invece, a cui è stato offerto il diritto di prelazione, non sarebbero stati assistiti correttamente dalla banca, ma semplicemente informati con una lettera che avrebbero dovuto rispedire firmata in filiale. Nove su dieci dei destinatari contattati non hanno mai risposto.
Oltre alla fabbrica dei falsi profili, Zonin e i suoi manager hanno finanziato gli acquisti delle azioni e illuso i clienti con la possibilità di rivendere quei titoli alla banca. Ma tra gennaio 2013 e dicembre 2014, le richieste di riacquisto sono diventate insostenibili, tanto che la Vicenza si è trovata di fronte 15mila ordini dal valore complessivo di un miliardo di euro: a gennaio 2013 le richieste valevano solo 52,5 milioni di euro e ci volevano 28 giorni per evaderle. Alla fine del 2013 è stato calcolato che servivano 311 giorni. La banca non aveva mai segnalato nei prospetti informativi la possibilità di non essere in grado di garantire la liquidità sul titolo, comunicata solo a marzo del 2015 con una lettera.