FAMIGLIE e affari, affari e politica, Bretagna e Brianza, yacht, spot e tv. Vite parallele di Silvio - che ha la Francia nel cuore - e di Vincent, che agli amici confessa talvolta di considerare la madrepatria, ma anche l'Italia, "une republique des bananes". Dietro lo scontro tra il Cavaliere ormai disarcionato e costretto a subire l'assedio nel fortilizio della sua Mediaset e l'arrembante corsaro Bolloré, passato all'improvviso dalle moine agli schiaffoni finanziari, c'è anche una nemesi calata nelle cronache finanziarie e, inevitabilmente, umane.
Rapporti spregiudicati con la politica? Interessi aziendali in settori regolati? Una certa indifferenza alle norme variamente sanzionata dalle rispettive magistrature nazionali? Nomine iperfamiliari nelle aziende? Tendenza a silenziare i critici, che si tratti dell'editto di Arcore o dell'attacco ai "Guignoiles", i pupazzi satirici della francese Canal Plus? "Ce l'ho", potrebbero rispondere all'unisono Silvio e Vincent sfogliando un'immaginaria ma corposissima collezione di figurine autobiografiche...
La Francia, innanzitutto. E dunque per Berlusconi il citatissimo Napoleone - "le ritirate sono più disastrose delle battaglie", chissà se sarà di conforto anche in questo caso - e le canzoni di Charles Aznavour, un'appartenenza linguistica e culturale che, se non opposta a quella anglosassone, è comunque segno di orgogliosa diversità. Ma la stessa Francia che tanto amata non riama Silvio allo stesso modo: la fine immatura di La Cinq - fin dal nome pochi equivoci sulla matrice berlusconiana - nata nell'86 e affondata nel '92 senza soverchi rimpianti dell'establishment transalpino. E adesso, ovviamente, quel francese così omologo che fino a pochi mesi fa era "l'amico Vincent" con cui si coabitava cordialmente nei salotti di Mediobanca da cui si gode una bella vista sulle ampie praterie finanziarie delle Generali; "l'amico Vincent" che valorizzava finalmente 800 milioni Mediaset Premium offrendosi di comprarla tutta quanta. Storia ormai finita, tra avvocati e ordini di Borsa. E chissà che ne penserà quel geniale Tarack Ben Ammar, grande amico di entrambi i contendenti e sempre in grado esibire all'occorrenza lo specchietto più utile o affascinante della sua caleidoscopica identità.
Eguali, i due, anche in una sorta di bulimia imprenditoriale destinata ad allestire mondi paralleli e inesorabilmente momomarca. Nel maggio scorso Le Monde si era inventato Helene, parigina fittizia, per farle passare una giornata nell'impero vincentiano: dalla colazione alle 7.30 con il croissant all'olio di palma prodotto dalla Socfin (38,7% proprietà Bolloré) alla pubblicità serale veicolata dalla mega-agenzia Havas, al 60% del Nostro. In mezzo Canal Plus e il quotidiano gratuito Direct Matin, la pellicola di plastica per incartare i panini, le auto elettriche a noleggio e i videogiochi di Ubisoft.
Tutti in un modo o nell'altro riconducibili a Bolloré. Non ricorda quando all'apogeo dell'espansione berlusconiana c'era chi giocava a raccontare una giornata sotto il segno di Silvio? La spesa alla Standa, il Giornale in edicola, l'assicurazione di Mediolanum, il pomeriggio davanti a Canale 5, la rivista Mondadori e il tomo della Einaudi, la sera allo stadio a tifare Milan...
E non è un caso se i due dividono anche un destino da neologismo: del berlusconismo sappiamo tutto, ma in Francia bolloriser, 'bollorizzare', indica un preciso modus operandi: entrare con le buone in un'azienda e poi affermarsi con le cattive. Qualcuno ad Arcore dovrà aggiornare in fretta il vocabolario di francese.
Simmetria impressionante anche quando si tratta di trasferirsi dallo studio tv o dall'usine - il business cartario originale della famiglia Bollorè ha quasi due secoli - nella miriade di società controllate e nei saloni della finanza. I cinque figli si Silvio hanno ruoli di peso diverso nelle società del Biscione, lo stesso accade ai quattro di Vincent. In Mediobanca papà aveva mandato la non loquacissima Marina Berlusconi; adesso che lei è uscita in consiglio c'è la nemmeno trentenne Marie Bolloré: lunghe sedute in assoluto mutismo e con le cuffie in testa per la traduzione simultanea. Niente di meglio che sopperire all'inesperienza della gioventù con consessi prestigiosi dove ci si fanno le ossa.
Poi, certo, anche una miriade di differenze. A partire da quelle anagrafiche (Silvio è del '36, Vincent ha sedici anni di meno) e di censo (l'italiano è al posto 188 nella classifica mondiale dei supericchi di Forbes, il francese deve accontentarsi del posto numero 451), per finire con quella più palese, ossia la vita politica. Bolloré, come è evidente, non ha mai varcato la soglia dell'Eliseo se non da ospite. Ma con la politica tutta ha intrattenuto sempre ottimi e stretti rapporti e anche qualche inquilino dell'Eliseo si è imbarcato volentieri sul suo Paloma, 60 metri di lusso con sette cabine in navigazione nel Mediterraneo. Celebre e scandalosa la vacanza ristoratrice di Nicholas Sarkozy nel 2007, subito dopo l'elezione a presidente della Repubblica.
Quelle di Silvio e Vincent sono vite parallele anche nelle debolezze e in fondo nei problemi. Il primo è stato il pioniere in Italia di un modello di tv commerciale che ha spopolato per tre decenni e che adesso mostra la corda - anzi il cavo - di fronte all'avanzata delle parabole Sky e ora delle Netflix, Amazon e affini a banda larga. Così il gran motore propulsivo della tv ha cominciato a girare indietro tutta. E il tentativo di spingersi in acque sconosciute e migliori, con la pay per view di Premium - fortemente voluto da Pier Silvio messo al timone - ha aperto invece la falla che ora rischia di affondare la nave.
L'altro ha seguito con partecipazione, s'immagina, l'avventura dell'italiano e ha sognato di costruire il suo impero televisivo in Francia partendo dalla piccola tv Direct 8 del 2001. Ma quando ci è riuscito, 'bollorizando' per l'appunto Vivendi che ha dentro Canal Plus e i film della Universal, i telefoni francesi Sfr, nonché un quarto del capitale Telecom, si è accorto che non era abbastanza. Proprio da queste mosse, forse un po' in ritardo sulla storia, mentre tutto attorno il panorama scorre rapidissimo come si fosse su un Tgv Milano-Parigi, nasce in fondo lo scontro di queste ore.
Chi dei due riuscirà a vincere sull'altro e a traghettare il suo gruppo verso il futuro? Silvio ha bisogno di sistemare l'impero televisivo che fu. Forse alla sua età, e con le prove poco entusiasmanti degli eredi designati, non disdegnerebbe una vendita, anche se molti dicono che preferirebbe vedere come acquirente Murdoch e la sua Sky. Vincent, se vuole correre ancora, deve saltare su un vagone diverso, quello che lega in modo più stretto contenitore e contenuti, le telecom alle tv, la fibra al digitale, per creare l'evocatissima 'Netflix europea'.
Vincent contro Silvio, insomma, con l'impressione che questa volta l'ex Cavaliere abbia incontrato un Corsaro ancora più furbo e spregiudicato con lui. Ma alla fine - perché no? - Vincent e Silvio di nuovo insieme, magari sotto il segno di un'alleanza che nasce per forza, ma che si può sviluppare con reciproca soddisfazione. C'è anche chi scommette che dopo le scintille di questi giorni saranno vite parallele e magari convergenti.
Rapporti spregiudicati con la politica? Interessi aziendali in settori regolati? Una certa indifferenza alle norme variamente sanzionata dalle rispettive magistrature nazionali? Nomine iperfamiliari nelle aziende? Tendenza a silenziare i critici, che si tratti dell'editto di Arcore o dell'attacco ai "Guignoiles", i pupazzi satirici della francese Canal Plus? "Ce l'ho", potrebbero rispondere all'unisono Silvio e Vincent sfogliando un'immaginaria ma corposissima collezione di figurine autobiografiche...
La Francia, innanzitutto. E dunque per Berlusconi il citatissimo Napoleone - "le ritirate sono più disastrose delle battaglie", chissà se sarà di conforto anche in questo caso - e le canzoni di Charles Aznavour, un'appartenenza linguistica e culturale che, se non opposta a quella anglosassone, è comunque segno di orgogliosa diversità. Ma la stessa Francia che tanto amata non riama Silvio allo stesso modo: la fine immatura di La Cinq - fin dal nome pochi equivoci sulla matrice berlusconiana - nata nell'86 e affondata nel '92 senza soverchi rimpianti dell'establishment transalpino. E adesso, ovviamente, quel francese così omologo che fino a pochi mesi fa era "l'amico Vincent" con cui si coabitava cordialmente nei salotti di Mediobanca da cui si gode una bella vista sulle ampie praterie finanziarie delle Generali; "l'amico Vincent" che valorizzava finalmente 800 milioni Mediaset Premium offrendosi di comprarla tutta quanta. Storia ormai finita, tra avvocati e ordini di Borsa. E chissà che ne penserà quel geniale Tarack Ben Ammar, grande amico di entrambi i contendenti e sempre in grado esibire all'occorrenza lo specchietto più utile o affascinante della sua caleidoscopica identità.
Eguali, i due, anche in una sorta di bulimia imprenditoriale destinata ad allestire mondi paralleli e inesorabilmente momomarca. Nel maggio scorso Le Monde si era inventato Helene, parigina fittizia, per farle passare una giornata nell'impero vincentiano: dalla colazione alle 7.30 con il croissant all'olio di palma prodotto dalla Socfin (38,7% proprietà Bolloré) alla pubblicità serale veicolata dalla mega-agenzia Havas, al 60% del Nostro. In mezzo Canal Plus e il quotidiano gratuito Direct Matin, la pellicola di plastica per incartare i panini, le auto elettriche a noleggio e i videogiochi di Ubisoft.
Tutti in un modo o nell'altro riconducibili a Bolloré. Non ricorda quando all'apogeo dell'espansione berlusconiana c'era chi giocava a raccontare una giornata sotto il segno di Silvio? La spesa alla Standa, il Giornale in edicola, l'assicurazione di Mediolanum, il pomeriggio davanti a Canale 5, la rivista Mondadori e il tomo della Einaudi, la sera allo stadio a tifare Milan...
E non è un caso se i due dividono anche un destino da neologismo: del berlusconismo sappiamo tutto, ma in Francia bolloriser, 'bollorizzare', indica un preciso modus operandi: entrare con le buone in un'azienda e poi affermarsi con le cattive. Qualcuno ad Arcore dovrà aggiornare in fretta il vocabolario di francese.
Simmetria impressionante anche quando si tratta di trasferirsi dallo studio tv o dall'usine - il business cartario originale della famiglia Bollorè ha quasi due secoli - nella miriade di società controllate e nei saloni della finanza. I cinque figli si Silvio hanno ruoli di peso diverso nelle società del Biscione, lo stesso accade ai quattro di Vincent. In Mediobanca papà aveva mandato la non loquacissima Marina Berlusconi; adesso che lei è uscita in consiglio c'è la nemmeno trentenne Marie Bolloré: lunghe sedute in assoluto mutismo e con le cuffie in testa per la traduzione simultanea. Niente di meglio che sopperire all'inesperienza della gioventù con consessi prestigiosi dove ci si fanno le ossa.
Poi, certo, anche una miriade di differenze. A partire da quelle anagrafiche (Silvio è del '36, Vincent ha sedici anni di meno) e di censo (l'italiano è al posto 188 nella classifica mondiale dei supericchi di Forbes, il francese deve accontentarsi del posto numero 451), per finire con quella più palese, ossia la vita politica. Bolloré, come è evidente, non ha mai varcato la soglia dell'Eliseo se non da ospite. Ma con la politica tutta ha intrattenuto sempre ottimi e stretti rapporti e anche qualche inquilino dell'Eliseo si è imbarcato volentieri sul suo Paloma, 60 metri di lusso con sette cabine in navigazione nel Mediterraneo. Celebre e scandalosa la vacanza ristoratrice di Nicholas Sarkozy nel 2007, subito dopo l'elezione a presidente della Repubblica.
Quelle di Silvio e Vincent sono vite parallele anche nelle debolezze e in fondo nei problemi. Il primo è stato il pioniere in Italia di un modello di tv commerciale che ha spopolato per tre decenni e che adesso mostra la corda - anzi il cavo - di fronte all'avanzata delle parabole Sky e ora delle Netflix, Amazon e affini a banda larga. Così il gran motore propulsivo della tv ha cominciato a girare indietro tutta. E il tentativo di spingersi in acque sconosciute e migliori, con la pay per view di Premium - fortemente voluto da Pier Silvio messo al timone - ha aperto invece la falla che ora rischia di affondare la nave.
L'altro ha seguito con partecipazione, s'immagina, l'avventura dell'italiano e ha sognato di costruire il suo impero televisivo in Francia partendo dalla piccola tv Direct 8 del 2001. Ma quando ci è riuscito, 'bollorizando' per l'appunto Vivendi che ha dentro Canal Plus e i film della Universal, i telefoni francesi Sfr, nonché un quarto del capitale Telecom, si è accorto che non era abbastanza. Proprio da queste mosse, forse un po' in ritardo sulla storia, mentre tutto attorno il panorama scorre rapidissimo come si fosse su un Tgv Milano-Parigi, nasce in fondo lo scontro di queste ore.
Chi dei due riuscirà a vincere sull'altro e a traghettare il suo gruppo verso il futuro? Silvio ha bisogno di sistemare l'impero televisivo che fu. Forse alla sua età, e con le prove poco entusiasmanti degli eredi designati, non disdegnerebbe una vendita, anche se molti dicono che preferirebbe vedere come acquirente Murdoch e la sua Sky. Vincent, se vuole correre ancora, deve saltare su un vagone diverso, quello che lega in modo più stretto contenitore e contenuti, le telecom alle tv, la fibra al digitale, per creare l'evocatissima 'Netflix europea'.
Vincent contro Silvio, insomma, con l'impressione che questa volta l'ex Cavaliere abbia incontrato un Corsaro ancora più furbo e spregiudicato con lui. Ma alla fine - perché no? - Vincent e Silvio di nuovo insieme, magari sotto il segno di un'alleanza che nasce per forza, ma che si può sviluppare con reciproca soddisfazione. C'è anche chi scommette che dopo le scintille di questi giorni saranno vite parallele e magari convergenti.