Uno dei pericoli che molti osservatori segnalano per i mercati finanziari è che i bassi tassi d’interesse e i massicci acquisti di titoli da parte delle banche centrali possano aver “inflazionato” i prezzi delle attività finanziarie. I più pessimisti arrivano a parlare di bolle speculative e tra questi si è certamente distinto Jeremy Grantham, noto gestore statunitense, ora in pensione.
In un suo recente editoriale, dall’incoraggiante titolo “In attesa dell’ultimo ballo”, non usa mezze misure per descrivere quello che ci attende. “Il lungo, lungo mercato rialzista iniziato nel 2009 è definitivamente maturato in quella che è a tutti gli effetti una bolla epica. Caratterizzato da un'estrema sopravvalutazione, aumenti esplosivi dei prezzi, emissioni frenetiche e comportamenti istericamente speculativi degli investitori, credo che questo evento sarà registrato come una delle grandi bolle della storia finanziaria, proprio insieme alla bolla del Mare del Sud, il 1929 e il 2000”.
Segue un lungo elenco di dati a supporto della sua tesi: i prezzi raggiunti da aziende come Tesla, il livello record dell’”indicatore di Buffett“, il rapporto tra capitalizzazione di borsa e Pil, il boom delle Spac, i 150 titoli che hanno triplicato il loro valore in un anno, un volume di acquisti di opzioni call da parte di investitori al dettaglio otto volte il dato del 2019. Una visione che non è condivisa da gran parte degli operatori, anche se è innegabile che i mercati azionari siano piuttosto cari.
Negli Stati Uniti, a fine 2020, il rapporto tra prezzi (indice S&P500) e utili attesi era pari, secondo i dati di J.P.Morgan Asset Management, a 22,33 contro una media degli ultimi 25 anni di 16,56; è sopra la media anche il multiplo osservato per l’indice Msci Europe. Azioni Usa care anche se si guarda all’indicatore Cape di Robert Shiller, il rapporto tra quotazioni azionarie (rettificate per l’inflazione) e la media decennale dell’utile reale per azione.
L’ultimo valore è pari a 35, superiore al massimo toccato nel 1929 e non molto distante dal picco assoluto toccato nel 2008, ma lo scorso novembre era stato lo stesso Shiller, in un articolo per Project Syndacate, ad affermare che “Nel tempo i rendimenti delle obbligazioni potrebbero aumentare e le quotazioni delle azioni potrebbero doversi adeguare rispetto a questi rendimenti. Nonostante i rischi e l’elevato rapporto Cape, le valutazioni dei mercati azionari potrebbero non essere così assurde come alcuni ritengono”.
Con tassi d’interesse bassi che probabilmente resteranno tali, era la spiegazione, le azioni continuano ad apparire attraenti, in particolare se confrontate con le obbligazioni. Va segnalato che Grantham, pur stimando Shiller, include tra i comportamenti che rafforzano l’ipotesi di una bolla azionaria proprio questa sua affermazione che ritiene forzata e viziata dalla considerazione che le obbligazioni sono “ancor più spettacolarmente care delle azioni”.
Il mercato azionario Usa è su livelli di valutazione molto elevati
Sulla capacità delle economie di sopravvivere a un crollo del mercato azionario si è pronunciato di recente Martin Wolf, editorialista del Financial Times. Una correzione della borsa, scrive, è possibile se il Covid-19 diviene controllabile, le economie si normalizzano e i tassi salgono, ma non è un qualcosa che dovrebbe far preoccupare più di tanto; più grave sarebbe una crisi del debito, ma la politica dispone di strumenti per contenerla, mentre inflazione e tassi inaspettatamente alti potrebbero destabilizzare l’economia solo temporaneamente.
L’economia mondiale, sottolinea Wolf, sarebbe meno fragile e in grado di assorbire crolli come quelli annunciati da Grantham o a rialzi dei tassi in risposta a una maggiore crescita o una maggiore inflazione, se i consumi dipendessero meno da politiche monetarie aggressive e dalla massiccia accumulazione di debito privato. E per rendere le economie meno fragili occorrono migliori incentivi per gli investimenti privati, elevati e sostenuti livelli di investimenti pubblici produttivi, e, soprattutto, una maggiore redistribuzione del reddito.