Tre, sessanta, mezzo. Il dibattito su crescita e austerità - ormai al calor bianco, dopo la rivolta di Parigi contro i tetti di bilancio imposti dalla Ue - è intrappolato in una gabbia di numeri-obiettivo che l'Europa si è data negli ultimi vent'anni: non più del 3 per cento del deficit e del 60 per cento del debito rispetto al prodotto interno lordo, lo 0,5 per cento di deficit strutturale di bilancio. Definire gli obiettivi con i numeri significa fissare paletti ben visibili e il rispetto delle regole è importante. Tuttavia, se i numeri non indicano solo una linea di tendenza, ma diventano un traguardo rigido e immutabile, per cui ci si scanna per un decimale in più o in meno, il dibattito perde senso. La trappola dei numeri diventa la tirannia dei numeri. Perché, se i numeri possono avere una logica politica e giuridica, non hanno fondamento economico. O non lo hanno più.
Il 3 per cento. Cosa succederebbe se il tetto al disavanzo di bilancio, invece che al 3 per cento, venisse fissato al 3,5 per cento o al 2,5? Nulla. Tranne, forse, fare un torto a Mitterrand. Come ha raccontato in un'intervista a Repubblica l'inventore della regola, Guy Abeille, all'inizio degli anni '80, il presidente francese aveva paura a dichiarare un deficit che sfondava, per la prima volta, i 100 miliardi di franchi, faceva assai meno impressione calcolarla in percentuale sul Pil. L'idea di Abeille ("meno del 3 per cento") ebbe successo, i francesi la riproposero sul loro bilancio anno dopo anno e, dieci anni dopo, la suggerirono per il trattato di Maastricht.
Il 60 per cento. Anche la scelta del tetto al debito fu casuale. Nei primi anni '90, tuttavia, non campata per aria. In media, il debito pubblico dei paesi europei oscillava intorno al 70 per cento del Pil, mentre oggi è oltre il 90 per cento. Ma, soprattutto, è l'economia che è cambiata. A cavallo del secolo, il Pil europeo cresceva, in termini reali, ben oltre il 2, fino anche (nel 2000) quasi al 4 per cento. Oggi, meno dell'1 per cento. E l'inflazione saliva circa del 2 per cento l'anno. Oggi, è quasi sotto zero. Questo vuol dire che il Pil nominale - il denominatore del rapporto deficit/Pil o debito/Pil - oggi è fermo, mentre, negli anni in cui venivano fissati i parametri del 3 e del 60 per cento, saliva ogni anno del 4-5 per cento, riducendo, per via di semplice aritmetica, il peso del disavanzo e del debito, cosa che oggi non succede più.
Lo 0,5 per cento. E' il paletto ultimo nato, quello che l'Italia sta sforando ed è ancor più discutibile degli altri, soprattutto se interpretato rigidamente. Il deficit strutturale è quello che ci sarebbe anche se l'economia andasse a pieno regime e la recessione non ci fosse. L'idea di guardare in questa direzione è buona, ma il modo scelto apre un circolo vizioso diabolicamente perverso. La chiave è il calcolo del prodotto potenziale, cioè quello che il paese produrrebbe con l'economia a pieno regime. Una crisi, specie se prolungata, abbassa il prodotto potenziale, perché il capitale scappa e i lavoratori rinunciano a cercare lavoro. Il pieno regime, insomma, è un po' meno pieno di quello che ci sarebbe stato qualche anno prima. Questo significa che la componente ciclica (quella che è dovuta alla recessione) si riduce e aumenta, invece, quella strutturale, cioè il deficit che si realizzerebbe anche se la recessione non ci fosse. Per abbattere questo zoccolo di deficit si invocano austerità, meno spese e più tasse, che però aggravano la recessione, che riduce ancora di più il prodotto potenziale e sollecita un'altra dose di austerità. Il disavanzo strutturale è, peraltro, una costruzione econometrica astratta, basata su alcune ipotesi costruite a tavolino (tipo il livello di disoccupazione che non genera una crescita dei salari). Forse il punto su cui, lavorando al computer in qualche stanzetta di Bruxelles, l'invocata flessibilità sui bilanci potrebbe realizzarsi, lontano da occhi indiscreti.
Il 3 per cento. Cosa succederebbe se il tetto al disavanzo di bilancio, invece che al 3 per cento, venisse fissato al 3,5 per cento o al 2,5? Nulla. Tranne, forse, fare un torto a Mitterrand. Come ha raccontato in un'intervista a Repubblica l'inventore della regola, Guy Abeille, all'inizio degli anni '80, il presidente francese aveva paura a dichiarare un deficit che sfondava, per la prima volta, i 100 miliardi di franchi, faceva assai meno impressione calcolarla in percentuale sul Pil. L'idea di Abeille ("meno del 3 per cento") ebbe successo, i francesi la riproposero sul loro bilancio anno dopo anno e, dieci anni dopo, la suggerirono per il trattato di Maastricht.
Il 60 per cento. Anche la scelta del tetto al debito fu casuale. Nei primi anni '90, tuttavia, non campata per aria. In media, il debito pubblico dei paesi europei oscillava intorno al 70 per cento del Pil, mentre oggi è oltre il 90 per cento. Ma, soprattutto, è l'economia che è cambiata. A cavallo del secolo, il Pil europeo cresceva, in termini reali, ben oltre il 2, fino anche (nel 2000) quasi al 4 per cento. Oggi, meno dell'1 per cento. E l'inflazione saliva circa del 2 per cento l'anno. Oggi, è quasi sotto zero. Questo vuol dire che il Pil nominale - il denominatore del rapporto deficit/Pil o debito/Pil - oggi è fermo, mentre, negli anni in cui venivano fissati i parametri del 3 e del 60 per cento, saliva ogni anno del 4-5 per cento, riducendo, per via di semplice aritmetica, il peso del disavanzo e del debito, cosa che oggi non succede più.
Lo 0,5 per cento. E' il paletto ultimo nato, quello che l'Italia sta sforando ed è ancor più discutibile degli altri, soprattutto se interpretato rigidamente. Il deficit strutturale è quello che ci sarebbe anche se l'economia andasse a pieno regime e la recessione non ci fosse. L'idea di guardare in questa direzione è buona, ma il modo scelto apre un circolo vizioso diabolicamente perverso. La chiave è il calcolo del prodotto potenziale, cioè quello che il paese produrrebbe con l'economia a pieno regime. Una crisi, specie se prolungata, abbassa il prodotto potenziale, perché il capitale scappa e i lavoratori rinunciano a cercare lavoro. Il pieno regime, insomma, è un po' meno pieno di quello che ci sarebbe stato qualche anno prima. Questo significa che la componente ciclica (quella che è dovuta alla recessione) si riduce e aumenta, invece, quella strutturale, cioè il deficit che si realizzerebbe anche se la recessione non ci fosse. Per abbattere questo zoccolo di deficit si invocano austerità, meno spese e più tasse, che però aggravano la recessione, che riduce ancora di più il prodotto potenziale e sollecita un'altra dose di austerità. Il disavanzo strutturale è, peraltro, una costruzione econometrica astratta, basata su alcune ipotesi costruite a tavolino (tipo il livello di disoccupazione che non genera una crescita dei salari). Forse il punto su cui, lavorando al computer in qualche stanzetta di Bruxelles, l'invocata flessibilità sui bilanci potrebbe realizzarsi, lontano da occhi indiscreti.