L'hanno definita "la guerra del nulla". Uno scontro all'ultimo sangue (almeno quello delle banche e dei depositanti greci) fra chi chiedeva "un'estensione degli aiuti come ponte per un nuovo programma" e chi era fermo su "un'estensione con flessibilità, in attesa di un accordo su un nuovo programma". E' il riassunto di Bloomberg, che concludeva: "Dov'è la differenza?" In realtà, in politica nulla resta senza conseguenze e la "guerra del nulla" è la somma di tre guerre diverse, con vincitori e vinti ogni volta differenti e ancora ben lungi dal concludersi.
La prima guerra è quella delle regole e della democrazia e l'ha vinta la Germania. L'accordo di venerdì sancisce il principio che le elezioni non possono rovesciare gli impegni presi dai precedenti governi, perché in gioco ci sono gli interessi di altri 19 paesi, ognuno con un governo democraticamente eletto. L'architettura del rapporto tra Grecia e altri paesi (al di là dei dettagli lessicali su Troika o meno) resta invariata, in particolare l'esistenza di vincoli e la verifica comune del loro rispetto.
Ma quali sono gli obiettivi delle regole? E' la seconda guerra, non l'ha ancora vinta nessuno e potrebbero anche vincerla tutti insieme. In gioco c'è ancora la democrazia. I vincoli ci sono, gli obiettivi pure, ma a decidere come arrivarci, per quali vie e con quali strumenti è il singolo paese e il suo elettorato o sono i governi degli altri paesi? Il governo greco si è impegnato a presentare già in questi giorni una lista di riforme, ma difficilmente il dibattito, nel concreto, si chiuderà questa settimana. In qualche modo, è una discussione anche ideologica. Per raggiungere gli obiettivi di disavanzo e debito pubblico, la Grecia deve per forza tagliare la sanità pubblica o può centrare il traguardo con un credibile giro di vite sull'evasione fiscale? All'Europa non dovrebbe sfuggire che il governo Tsipras è un'autentica ventata di aria nuova nell'antiquato sistema politico greco e ha molte più probabilità di modernizzare il paese e combattere la corruzione di quante ne avessero i governi precedenti, da sempre espressione di immutabili clientele.
La terza guerra è quella dei vincoli e l'ha, probabilmente, vinta la Grecia. Tutto ruota attorno ad un numeretto e capiremo chi ha vinto davvero quando sapremo qual è. Il numero è quello del disavanzo pubblico. Oggi, è previsto che il bilancio greco si chiuda in attivo (prima di pagare gli interessi sul debito) per una cifra pari al 4 per cento del Pil. Tsipras vuole portare questo avanzo primario all'1,5 per cento. La differenza sono, più o meno, 5 miliardi di euro che il governo potrebbe utilizzare per ammortizzare gli effetti della recessione, tamponare l'impatto della crisi sulle categorie più deboli e rilanciare la domanda. Dalle parole di Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell'Eurogruppo, sembra che ci sia disponibilità a ridiscutere, nel nuovo accordo fra Grecia e creditori, questo vincolo.
Qual'è la guerra più importante? Nell'immediato, l'ultima. Mettere mano al vincolo di bilancio significa, infatti, togliere i lucchetti al mantra dell'austerità che ha dominato questi anni e che ha fatto della Grecia - per ammissione (quasi) unanime - la sua vittima più sfortunata. D'altra parte, è la direzione verso la quale si è coerentemente mossa, fin dal suo insediamento, la commissione Juncker, come dimostrano le aperture di credito già avanzate, in materia di flessibilità, ad Italia e Francia. Estenderla alla Grecia - che dei vizi del lassismo era stata portata ad esempio e che, peraltro, una qualche dose di austerità se l'era meritata davvero - segnerebbe la fine di un'era.
La prima guerra è quella delle regole e della democrazia e l'ha vinta la Germania. L'accordo di venerdì sancisce il principio che le elezioni non possono rovesciare gli impegni presi dai precedenti governi, perché in gioco ci sono gli interessi di altri 19 paesi, ognuno con un governo democraticamente eletto. L'architettura del rapporto tra Grecia e altri paesi (al di là dei dettagli lessicali su Troika o meno) resta invariata, in particolare l'esistenza di vincoli e la verifica comune del loro rispetto.
Ma quali sono gli obiettivi delle regole? E' la seconda guerra, non l'ha ancora vinta nessuno e potrebbero anche vincerla tutti insieme. In gioco c'è ancora la democrazia. I vincoli ci sono, gli obiettivi pure, ma a decidere come arrivarci, per quali vie e con quali strumenti è il singolo paese e il suo elettorato o sono i governi degli altri paesi? Il governo greco si è impegnato a presentare già in questi giorni una lista di riforme, ma difficilmente il dibattito, nel concreto, si chiuderà questa settimana. In qualche modo, è una discussione anche ideologica. Per raggiungere gli obiettivi di disavanzo e debito pubblico, la Grecia deve per forza tagliare la sanità pubblica o può centrare il traguardo con un credibile giro di vite sull'evasione fiscale? All'Europa non dovrebbe sfuggire che il governo Tsipras è un'autentica ventata di aria nuova nell'antiquato sistema politico greco e ha molte più probabilità di modernizzare il paese e combattere la corruzione di quante ne avessero i governi precedenti, da sempre espressione di immutabili clientele.
La terza guerra è quella dei vincoli e l'ha, probabilmente, vinta la Grecia. Tutto ruota attorno ad un numeretto e capiremo chi ha vinto davvero quando sapremo qual è. Il numero è quello del disavanzo pubblico. Oggi, è previsto che il bilancio greco si chiuda in attivo (prima di pagare gli interessi sul debito) per una cifra pari al 4 per cento del Pil. Tsipras vuole portare questo avanzo primario all'1,5 per cento. La differenza sono, più o meno, 5 miliardi di euro che il governo potrebbe utilizzare per ammortizzare gli effetti della recessione, tamponare l'impatto della crisi sulle categorie più deboli e rilanciare la domanda. Dalle parole di Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell'Eurogruppo, sembra che ci sia disponibilità a ridiscutere, nel nuovo accordo fra Grecia e creditori, questo vincolo.
Qual'è la guerra più importante? Nell'immediato, l'ultima. Mettere mano al vincolo di bilancio significa, infatti, togliere i lucchetti al mantra dell'austerità che ha dominato questi anni e che ha fatto della Grecia - per ammissione (quasi) unanime - la sua vittima più sfortunata. D'altra parte, è la direzione verso la quale si è coerentemente mossa, fin dal suo insediamento, la commissione Juncker, come dimostrano le aperture di credito già avanzate, in materia di flessibilità, ad Italia e Francia. Estenderla alla Grecia - che dei vizi del lassismo era stata portata ad esempio e che, peraltro, una qualche dose di austerità se l'era meritata davvero - segnerebbe la fine di un'era.