Il vero dramma dello spread digitale è che non è una cosa fissa e statica. Il ritardo dell'Italia sui terreni dell'informatica, delle telecomunicazioni, della connettività, dell'hardware e del software non è una sorta di penalizzazione sportiva: partire cinquanta o cento metri indietro, nella corsa delle economie moderne. Al contrario, è un danno dinamico, cioè crescente. Significa partire più tardi, ma con una zavorra, un peso al collo e ai piedi che rallenta i movimenti: più passa il tempo e più diventa difficile non solo ridurre il ritardo, ma impedire che aumenti. Ancora non ce ne accorgiamo, perchè la grande crisi di questi anni ha rallentato un po' tutti. Ed ecco che noi, ad esempio, siamo riusciti a mantenere la quota di commercio mondiale delle nostre esportazioni.
Il rischio è che, ora che l'economia globale sembra sul punto di ripartire, gli altri decollino e noi si rimanga indietro. Perché il modello di sviluppo tradizionale dell'economia italiana – l'era dei Brambilla – si è esaurito. Salvo alcune nicchie (la moda e la meccanica di precisione, ad esempio) il grosso dell'industria italiana è ancora fatto di piccole aziende, cani sciolti che si muovono sui mercati mondiali, ognuno per proprio conto, pronti a battagliare soprattutto sui costi della manodopera. Ma l'economia mondiale, intanto, è cambiata.
Una piena padronanza e un facile ricorso agli strumenti e alle opportunità offerte dal mondo digitale è, infatti, cruciale per entrare a pieno titolo nelle “catene di valore” lungo le quali corrono, ormai, tre quarti del commercio mondiale. L'espansione delle multinazionali ha, infatti, imposto un'integrazione verticale sempre più spinta delle produzioni, in cui è cruciale collocarsi in un punto in cui arrivano semilavorati, che poi si girano, con il valore aggiunto del proprio intervento, all'anello superiore. Il caso Apple – che, di suo, non produce materialmente nulla – è solo l'esempio più noto. Rimanere tagliati fuori è letale. Da questo punto di vista, le responsabilità sono sia nel pubblico che nel privato. Di fatto, è un circolo vizioso. Prendete la banda ultralarga universale. I continui rinvii impediscono di stimolare le aziende ad ammodernarsi. E le aziende non abbastanza moderne non sono spinte a premere sul governo perché la promessa, alla fine, si realizzi.
Tuttavia, nel ritardo digitale, il problema infrastrutture è solo la punta dell'iceberg. I riflessi di questo spread sono visibili a 360 gradi. A partire dalla creatività. All'estero, ingegni italiani sono presenti in tutte le frontiere dell'economia moderna. In patria, però, se si va a guardare su cosa puntano le tanto attese start-up italiane, si rischia la delusione. Un viaggio fra i loro progetti registra tante idee per una vita quotidiana più facile e più comoda, ma pochi casi di salto tecnologico ad ampio impatto. L'Italia sconta una serie di scelte sbagliate che stanno a monte dello spread digitale.
Basta confrontare il nostro paese con la Svezia. Negli anni '80 – più o meno come noi – l'economia svedese ha registrato un forte calo di competitività sui mercati mondiali. Ma, a differenza di noi, ha reagito con una forte spinta sull'high-tech. La virata verso l'alta tecnologia non è casuale. La Svezia investe nella ricerca e sviluppo il 3,5-3,8 per cento del suo Pil, noi solo l'1-1,3 per cento. E investe nel capitale umano: ci sono più laureati nella forza lavoro e più brevetti rispetto agli abitanti, di quanto noi possiamo esibire. Ma, appunto, noi rischiamo di rimanere sempre più indietro. Ce lo indica il confronto con la Francia.
Vent'anni fa, i francesi stavano più o meno come noi, in qualche caso anche più in ritardo rispetto alla Svezia. Ma, oggi, la Francia investe in ricerca e sviluppo, rispetto al suo prodotto interno lordo, il doppio di noi. E ha chiuso quel gap con la Svezia – in investimenti nella scuola e in percentuali di laureati sulla forza lavoro – che per noi è, invece, aumentato. E' un drammatico campanello d'allarme. L'unico dato positivo è che l'esempio francese mostra che lo spread non è una condanna senza scampo.
Il rischio è che, ora che l'economia globale sembra sul punto di ripartire, gli altri decollino e noi si rimanga indietro. Perché il modello di sviluppo tradizionale dell'economia italiana – l'era dei Brambilla – si è esaurito. Salvo alcune nicchie (la moda e la meccanica di precisione, ad esempio) il grosso dell'industria italiana è ancora fatto di piccole aziende, cani sciolti che si muovono sui mercati mondiali, ognuno per proprio conto, pronti a battagliare soprattutto sui costi della manodopera. Ma l'economia mondiale, intanto, è cambiata.
Una piena padronanza e un facile ricorso agli strumenti e alle opportunità offerte dal mondo digitale è, infatti, cruciale per entrare a pieno titolo nelle “catene di valore” lungo le quali corrono, ormai, tre quarti del commercio mondiale. L'espansione delle multinazionali ha, infatti, imposto un'integrazione verticale sempre più spinta delle produzioni, in cui è cruciale collocarsi in un punto in cui arrivano semilavorati, che poi si girano, con il valore aggiunto del proprio intervento, all'anello superiore. Il caso Apple – che, di suo, non produce materialmente nulla – è solo l'esempio più noto. Rimanere tagliati fuori è letale. Da questo punto di vista, le responsabilità sono sia nel pubblico che nel privato. Di fatto, è un circolo vizioso. Prendete la banda ultralarga universale. I continui rinvii impediscono di stimolare le aziende ad ammodernarsi. E le aziende non abbastanza moderne non sono spinte a premere sul governo perché la promessa, alla fine, si realizzi.
Tuttavia, nel ritardo digitale, il problema infrastrutture è solo la punta dell'iceberg. I riflessi di questo spread sono visibili a 360 gradi. A partire dalla creatività. All'estero, ingegni italiani sono presenti in tutte le frontiere dell'economia moderna. In patria, però, se si va a guardare su cosa puntano le tanto attese start-up italiane, si rischia la delusione. Un viaggio fra i loro progetti registra tante idee per una vita quotidiana più facile e più comoda, ma pochi casi di salto tecnologico ad ampio impatto. L'Italia sconta una serie di scelte sbagliate che stanno a monte dello spread digitale.
Basta confrontare il nostro paese con la Svezia. Negli anni '80 – più o meno come noi – l'economia svedese ha registrato un forte calo di competitività sui mercati mondiali. Ma, a differenza di noi, ha reagito con una forte spinta sull'high-tech. La virata verso l'alta tecnologia non è casuale. La Svezia investe nella ricerca e sviluppo il 3,5-3,8 per cento del suo Pil, noi solo l'1-1,3 per cento. E investe nel capitale umano: ci sono più laureati nella forza lavoro e più brevetti rispetto agli abitanti, di quanto noi possiamo esibire. Ma, appunto, noi rischiamo di rimanere sempre più indietro. Ce lo indica il confronto con la Francia.
Vent'anni fa, i francesi stavano più o meno come noi, in qualche caso anche più in ritardo rispetto alla Svezia. Ma, oggi, la Francia investe in ricerca e sviluppo, rispetto al suo prodotto interno lordo, il doppio di noi. E ha chiuso quel gap con la Svezia – in investimenti nella scuola e in percentuali di laureati sulla forza lavoro – che per noi è, invece, aumentato. E' un drammatico campanello d'allarme. L'unico dato positivo è che l'esempio francese mostra che lo spread non è una condanna senza scampo.